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cagliostrus

49  y.o.
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Bologna, Italy
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Ancora maria

La Cristina, invece, me la feci pochi giorni dopo che aveva abortito. Non abitava più con Maria, ma si era trasferita dalle parti di Via Massarenti andando a convivere con un calabrese di cui si era innamorata. Il calabrese io non lo vidi mai. Infatti si fece di nebbia molto presto, fuggendo terrorizzato il giorno stesso che Cristina gli comunicò di essere rimasta incinta.

La fiorentina era giù di corda parecchio, incazzata, depressa, struccata e spettinata che pareva uno straccio. Maria ed io le stavamo vicino il più possibile e quella sera la invitammo a trovare un vecchio pittore che avevo conosciuto per caso, di mattina in Via Zamboni.

Il pittore era bisex e non gli pareva vero di ritrovarsi in quel suo microscopico atelier, una camera con bagno, con me, che a ventidue anni (me n’accorgo solamente adesso, guardando le foto di allora) ero veramente bello e due deliziosissime ventenni. Si faceva in quattro offrendoci da bere, da mangiare e al contempo mostrandoci i suoi capolavori, regalandoci miniature di cui si autoelogiava per gli accostamenti cromatici, ansioso di affascinarci e sedurci. Che mi sia di monito il ricordo di quest’esperienza: quanto patetico e ridicolo appare un vecchio, sia pur ricco e affermato, che si pavoneggia agli occhi di un giovane. Il giovane, infatti, intuisce o sa istintivamente, che non esiste ricchezza più preziosa della sua gioventù!

Le due diavolette, incassati i doni e spazzate via le leccornie, si misero a lesbicare fra loro in toni soft, sedute sul divano. Io, interiormente imbarazzato da uno spettacolo per me nuovo e assolutamente non eccitante, fingevo disattenzione al loro riguardo. Seduto al tavolo al suo fianco, costringevo l’artista ad una conversazione dotta, di stile socratico, come da discepolo a maestro. Mi divertivo, senza darlo a vedere, osservando la malcelata eccitazione del vecchio, che rabbrecciava frasi di risposta alle mie domande. Roteava gli occhi, con accenni allo strabismo, nello sforzo di fingere la mia stessa indifferenza, pur senza perdersi nessun particolare dello spettacolino, per lui sconvolgente.

Il vino del pittore aveva notevolmente disinibito le due cerbiatte, rendendole oltremodo birichine. Non sapevo proprio cosa volessero da me, quando si alzarono e con vezzi, risatine, battute e moine mi prelevarono dalla sedia e mi portarono in bagno. Senza chiudere la porta cominciarono a calarmi i pantaloni. Giocando a fare le mammine con il pupo da lavare, mi spinsero a sedere sul bidet. Con acqua e sapone, le loro delicatissime manine presero a lavarmi le parti intime, mentre le loro voci flautate e carezzevoli cantavano nenie ipnotiche e cullanti. Brutalmente mi riscossi: “Basta! Smettetela!”, sbottai. “Andiamo via, non mi piacciono questi giochini”, dissi rassettandomi i vestiti. Le due ninfe non si fecero pregare e lasciando il povero pittore affranto fin quasi alle lacrime, uscimmo per strada.

Non ho mai saputo se le mie amiche si siano sentite deluse, quella sera o se, al contrario, fossero state la noia e il disgusto per la penosa atmosfera creatasi nell’atelier ad averle indotte ad inscenare quella farsa. Sta di fatto che ci ritrovammo a casa di Cristina, stanchi e mezzi ubriachi. Lì c’erano solo due letti singoli, ricavati dallo smembramento del matrimoniale del calabrese scomparso. Cristina si getto sul suo, Maria ed io sull’altro.

Nel cuore della notte mi risvegliai lentamente. Qualcosa mi strappava dal torpore, qualcosa a cui tentavo di resistere. Da un lato volevo che la cosa cessasse per sprofondare nuovamente nel sonno, dall’altro una specie di stimolo, “Pipì?” pensai, mi spingeva a riprendere coscienza. Allungai istintivamente la mano a toccarmi il pisello, che era la causa del mio sofferto risveglio e ci trovai una testa.

Era Maria, evidentemente ancora eccitata dalle vicende della sera prima, che me lo teneva in bocca e ne succhiava la cappella fra lingua e palato. Irato e ancora mezzo addormentato l’afferrai agli angoli della mandibola e la tirai su con impeto. Il cazzo turgido le uscì dalla bocca con uno schiocco, mentre le mie braccia conclusero il loro gesto portando, di forza, tutto il corpo di Maria al mio fianco, tirandola praticamente per il collo. Avvertii tutto il suo terrore per mio gesto, improvviso e violento. La sua paura mi calmò all’istante. La strinsi a me con un sorriso e mentre con la mano sinistra le accarezzavo il viso, rassicurandola, con l’altra le lisciai il ventre piatto scivolando fino al pube.

“E’ questo che vuoi?”, le chiesi, carezzandole la vulva umida e carnosa. “Siii”, gemette lei allargando le cosce e, afferrata la mia mano fra le sue, cominciò a spingere le mie dita. “Dentro de mi cogno!” disse esplosivamente e ad occhi chiusi, con una voce che era più soffio che respiro. La forza che una donna, sia pur minuta ed esile, riesce talora ad imprimere al proprio ed al mio corpo, nella spasmodica ricerca del piacere fisico ha in varie occasioni segnato la mia esperienza esistenziale, con momenti di incancellabile stupore. Quella fu una di quelle occasioni.

Maria, che fino a poco tempo prima sembrava soffrire di dispareunia, con una mano raggruppava le mie cinque dita a formare un cono e con l’altra stringeva e tirava sul polso. Al contempo ruotava e spingeva il pube, ansimando forte, alla ricerca di un impossibile fisting. Le sue intenzioni erano chiare, ma i suoi gesti apparivano scoordinati e scomposti da un’eccitazione troppo forte. “Lascia fare a me”, le sussurrai, ormai completamente sveglio e travolto dal suo desiderio.

Mi abbassai sul suo pube e affondai la bocca fra le sue cosce. Schiacciando il naso contro il suo clitoride presi ad affondare la lingua a colpi secchi nella profondità grondante di umori. Il suo sapore era così inebriante e fresco che fui preso dalla fantasia di nutrirmi di lei e cominciai a mordicchiarla. Lei gemeva. Guardando in su, vidi che tentava di soffocare i singulti mordendo il bordo del cuscino. Mi inginocchiai e afferrai le sue gambe leggere, portandomele sulle spalle. La mia verga dura non ebbe bisogno di alcuna guida per affondare nel vortice dilatato del suo cogno, completamente.

Mi irrigidii spingendo il mio pube contro il suo. Le sue cosce si spalancarono scendendo giù dalle mie spalle. L’afferrai per il bacino e, tenendolo ben fermo, distesi le mie gambe e cominciai a martellarla di colpi. Dopo un po’ mi fermai e appoggiai il peso del busto sugli avambracci appoggiando il mio ventre sul suo, che si scuoteva per gli spasmi dell’orgasmo. Mi tirai su allungando completamente le braccia e lei, temendo forse che stessi per uscire, chiuse le sue gambe attorno alle mie cosce, immobilizzandomi. Contemporaneamente si avvinghiò con le braccia attorno al mio collo, sollevandosi così completamente dal piano del letto, aggrappata a me come un opossum.

Non resistetti e ruotai di lato finendo sotto di lei, che non mollava la presa, trattenendo ancora il mio membro dentro di sé. Lentamente cominciò a cavalcarmi, come era solita fare quando voleva il mio piacere. Ero a mia volta preda di spasmi irrefrenabili. Sbattendo la testa qua e là tentavo di soffocare i miei gemiti mordendomi una mano. Era quello che le ci voleva per tornare ad eccitarsi. Perso ogni controllo cominciammo ad ansimare entrambe, rumorosamente. Lei sapeva ormai perfettamente dove e come arrivare e infine riempimmo la stanza del canto del nostro sfrenato godere. Poi, ancora incuranti dell’amica nella stanza, ci riaddormentammo lentamente, sbaciucchiandoci esausti, l’uno nelle braccia dell’altra.

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