Non si capisce se il sole ha voglia di tornare o se vuole lasciare ancora spazio alle nuvole, oggi è giovedì, sarà un po’ la noia, un po’ il cielo grigio, ma strane idee scorrono nella testa. Passo la rubrica del mio cellulare è da un po’ che non lo sento, da quella volta che sono stata a casa sua, da quella volta che abbiamo passato insieme una notte, anche allora era domenica, sempre in questo giorno che non amo particolarmente. Mentre facevo il suo numero mi chiedevo se era occupato, se era con qualche amico o con qualche donna, mi chiedevo se dopo tutto questo silenzio gli avrebbe fatto piacere risentirmi…”Pronto, ma guarda un po’ chi si fa risentire!”…chiaramente il mio numero era ancora nella sua memoria…”sai mi chiedevo come stavi e che combinavi, il tempo scorre così veloce che spesso si fa fatica a sentire tutti…”. Abbiamo un po’ chiacchierato al telefono, abbiamo riso, lui riesce sempre a farmi ridere e mi ha invitata da lui per un caffè. Mi preparo, una doccia, scelgo che mettermi addosso, prendo la borsa, le chiavi ed esco. Non abita molto lontano da me, ci metto poco ad arrivare e poi oggi la città è deserta, sono tutti a farsi il week end fuori porta. Eccola lì la sua casa, un vecchio palazzo della Milano storica, ci sono piccole statue sulla facciata, musi di animali fantastici a fare da cornice e le sue finestre socchiuse, oggi in effetti anche se non c’è sole è afoso. Citofono e mi apre senza nemmeno rispondere, prendo l’ascensore, arrivo al 4° piano e la sua porta è aperta, entro. Lui è lì sul divano, lo saluto e mi guarda senza dire una parola, sorride, in mano ha un bicchiere, conoscendo i suoi gusti sicuramente sta sorseggiando whisky…”ciao, togliti gli anfibi…”, il suo ordine arriva subito e diretto…”ora le mutandine…”, lascio cadere la borsa a terra e faccio quello che lui mi sta chiedendo, senza smettere di guardarlo, fermo su quel divano, con le gambe accavallate, il bicchiere dal quale ogni tanto prende un sorso…”appoggiati a quel mobile, dammi le spalle e alzati la gonna…” voleva guardarmi…”ora passati una mano sulla fighetta verso il culo, bagnati la mano e bagnati il buchetto…”. Era come se fosse nella mia testa, sapeva perfettamente quello che volevo, sapeva esattamente il momento in cui lo volevo fare e così appoggiata a quel mobile antico, sormontato da una specchiera, con le gambe allargate ho iniziato a toccarmi per lui. Lo vedevo riflesso in fondo alla stanza, con il suo sorriso beffardo, con gli occhi soddisfatti di avere ancora una preda nella sua tana. Appoggiata ad una poltrona accanto a me c’era una benda nera e il comando di indossarla è arrivato in pochissimo...”sei stata cattiva a non farti sentire per tutto questo tempo ed ora verrai punita e non potrai guardare, perché lo so che ti piace guardare…”Ora per me era completamente buio, sentivo la musica in sotto fondo, il lento sorseggiare di lui, i suoi respiri forti, lunghi e il rumore bagnato della mia masturbazione. Mi piaceva quel gioco, mi toccavo per un uomo che non potevo vedere, ma che sapevo esserci, mi toccavo per lui che mi guardava. L’ho sentito alzarsi e mi sono fermata per un breve istante, ma si è arrabbiato perché non dovevo, avevo sbagliato perché lui non mi aveva detto di smettere. Di colpo era alle mie spalle e con una spinta mi ha inculata, facendomi male, allargandomi senza dire nulla, con un colpo deciso per punirmi ancora…”urla puttana adesso, urla tutto il dolore che stai provando…”, lo sentivo dentro di me, completamente gonfio e duro, sentivo la mia carne lacerarsi sotto i suoi colpi, sentivo la sottomissione della mia mente a quell’uomo che mi stava scopando solo come punizione. Mentre il suo cazzo entrava ed usciva dal mio culo mi ha tolto la maglietta e il reggiseno e stringeva i capezzoli fino a farmi dimenticare il male di prima, avevo la sensazione che si sarebbero strappati e non smetteva, immaginavo la sua faccia soddisfatta, il suo volto voglioso, quando prendendomi con forza per i capelli mi ha fatta inginocchiare per succhiare la sua erezione. Ho provato a prenderlo con le mani, ma non ha voluto…”non toccarlo, succhialo e basta, fammi sentire la tua lingua da porca sulla cappella…”. Ora il suo sguardo intenso era puntato sulla mia bocca, lo sentivo fremere sotto i miei colpi, lui che comandava, lui che ordinava i miei movimenti era in balia delle mie voglie, io la sua schiava comandavo il suo orgasmo. Il suo sapore stava inondando il mio corpo, assaggiavo quel cazzo come se fosse un frutto trovato nel deserto, il suo gusto dolciastro inebriava i miei sensi. Con la lingua segnavo la dimensione, nei miei ricordi passava il suo colore, quelle sfumature che partivano dalle palle per arrivare alla cappella, il rigonfiamento di quella strana vena, non era dritto curvava verso sinistra, ma era così perfetto per la mia bocca, così maledettamente esatto. Non parlava più, lo sentivo solo gemere, ansimare, aveva addosso tutti i suoi vestiti, con una mano ho cercato un appiglio sulla maglietta, l’ho tirato verso di me, non opponeva più resistenza, non aveva più ordini, l’ho trascinato a terra, si è disteso sotto di me e muovendomi come un animale mi sono messa sopra e lui ora con il suo amore era dentro di me. “Adesso chi sta scopando chi?”…Volevamo godere, volevamo il nostro orgasmo, volevamo mischiare i nostri liquidi e muovendomi sopra di lui lo stavo portando all’eccesso. Vieni con me nel mio mondo, seguimi nel sublime piacere della lussuria, gli parlavo senza guardarlo, la benda non era ancora stata tolta, la lasciavo come segno del suo comando…”Spingi come facevi prima, spingi il tuo corpo contro il mio”, faceva fatica a parlare, ma le sue mani esploravano i miei fianchi e le sue pulsazioni era cosi calde ed intense. I respiri uguali, le stesse vibrazioni, di colpo mi ha sbattuta a terra e lo schizzo caldo è arrivato sulla mia faccia lasciando colare in mezzo alle cosce il mio orgasmo.
Il solito giorno
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19 years ago
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