Maria e cristina
Mi risvegliai alle prime luci di un’alba chiara, che illuminava completamente l’ambiente, sdraiato lungo il bordo del letto, lo sguardo pacatamente rivolto verso l’altro lato della stanza, dov’era il letto su cui Cristina dormiva raggomitolata. Presi allora coscienza di un suono ritmico e soffocato, la cui natura non mi fu subito chiara. Mi ci vollero diversi secondi prima di capire che si trattava di un singhiozzo ripetuto ogni due o tre secondi: era Cristina che piangeva. Mi alzai lentamente a sedere sul bordo del letto, rattristato e perplesso. “Gesù, povera Cristina!”, pensavo e silenziosamente mi mossi verso di lei, m’inginocchiai accanto al suo letto e dolcemente presi a carezzarle la spalla e a baciarla sui capelli. Lei si girò, il volto solcato dalle lacrime, di cui aveva inzuppato il cuscino e di scatto si strinse forte a me affondando il viso sul mio petto. Corrisposi al suo tenero abbraccio e le scivolai affianco, quasi automaticamente e senza pensare. Le nostre mani ci donavano reciproche carezze di puro e semplice conforto, poi, sempre più consapevoli e mirate, divennero audaci. Scivolando tremanti sul mio pube le sue dita s’impigliarono in un groviglio di peli e sperma secco, provocandomi una fugace fitta di dolore. Lei esplose in un istantaneo scoppio di risa, brevissimo quanto un singhiozzo ma sufficiente a cambiare totalmente la smorfia di dolore sul suo viso in un’espressione di gioia, da me subito corrisposta. Ridendo cominciai a leccarle via le lacrime dalle gote e presi a carezzarle il pube a mia volta. Credevo che Cristina si sarebbe limitata a masturbarmi fino all’orgasmo, innanzi tutto a causa del recente aborto e poi per la maestria con la quale impugnava il mio bastone scoprendone e ricoprendone il glande, sempre più bagnato, con la pelle del prepuzio. Ogni tanto la sua mano affondava fino alla radice, stirando giù la pelle e provocandomi fitte di piacere frammisto a dolore. Ad occhi chiusi brancicavo a mia volta sulla sua vulva cercandone un punto per entrare, ma la via sembrava occlusa alle mie dita. Ad un tratto avvertii, fra i ricci biondi e vaporosi, come la presenza di un pelo stranamente lungo e grosso. Lo strinsi fra le dita isolandolo dagli altri e ne riconobbi la natura. Era il filo di un tampone vaginale: ma certo, riflettei, dopo l’intervento, per fermare l’emorragia. “Aspetta, faccio io”, disse lei, fermando la mano destra sul mio cazzo, senza però mollarlo. Con la sinistra prese il filo di cotone ed iniziò a tirare, il viso atteggiato ad una smorfia di doloroso fastidio. Lentamente un malloppo cilindrico, a chiazze bianche, rosa e amaranto, fuoriuscì dalla vulva, rimanendo appeso alle sue dita, come un topo morto preso per la coda. “’Affanc…”, esclamò Cristina, lanciando con maestria il roditore butterato di sangue, a centrare il cestino di vimini accanto alla scrivania. “Aspetta”, ripeté e dopo essersi leccate le dita della stessa mano, s’inumidì con queste la figa, disseccata dal tampone. Eravamo indubbiamente coscienti di quanto stavamo per fare ed ora mi sorge spontaneo chiedermi se ero più porco ed egoista io o pazza scriteriata lei, ma con ogni probabilità, data l’età e la situazione, un tale dubbio, allora, non mi sfiorò neppure lontanamente. Ricordo che l’unico mio pensiero era rivolto al piacere imminente che stava per toccarmi in sorte: fottermi la migliore amica di Maria. L’amplesso non fu dei più esaltanti e non me ne rimane che un vago ricordo. Io stavo sopra, questo lo rammento, e mentre mi muovevo il rumore prodotto da una porta che sbatteva forte mi fece volgere il capo: il letto sul quale avevo lasciato Maria addormentata era vuoto. La mia amica se n’era andata, evidentemente oltraggiata dalla scena di me e Cristina, congiunti davanti ai suoi occhi, appena aperti al risveglio mattutino. Non rividi più nessuna delle due, perché dopo pochi giorni sarebbe entrata, prorompente, nella mia vita la donna che mi portò all’altare.
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18 years ago
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