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BDSM Bondage Domination
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Cecilia Stones e il tempio del bondage

Capitolo 1

Ufficio di Cecilia Stones - Berkley University - USA

Carol Reed si stagliava come una dea della seduzione, il completo nero che le aderiva come una seconda pelle, i tacchi a spillo che la facevano oscillare con felina sensualità. Sotto il braccio, stretto come un amante, un manoscritto antico dalle pagine che promettevano segreti proibiti. Il suo sguardo predatorio squarciò il silenzio del corridoio, tre colpi secchi contro il vetro che echeggiavano come un verdetto. Sul vetro campeggiava il nome "Cecilia Stones, Ph.D. – Professor of Pre-Columbian Central American Civilizations"

Il caos ordinato dell'ufficio di Cecilia si spalancò davanti a lei. Marina Kasimsky, la giovane studentessa e assistente ,piccola e tagliente come una lama, sollevò lo sguardo dai libri. La sua maglietta bianca, quasi trasparente, si fondeva con i la minigonna jeans stretta, gli stivali neri che le accarezzavano le gambe sottili come una carezza al tempo stesso delicata e provocatoria.

"Cecilia?" Carol annunciò, la voce un velluto graffiante che tagliava l'aria satura di polvere e carta vecchia.

Marina sollevò appena un sopracciglio sottile, spostando con studiata lentezza una pila di papiri maya.

"Non è qui, signora Reed," rispose Marina, l'espressione neutra, ma gli occhi verdi che guizzavano rapidi verso il manoscritto stretto sotto il braccio di Carol.

«Dov'è Cecilia?» domandò Carol, la voce un sussurro caldo che tagliava l'aria polverosa.

Marina piegò un foglio con precisione chirurgica, gli occhi verdi fissi sul dorso di un tomo rilegato in cuoio.

"La dottoressa Stones è nella sua stanza dei giochi," mormorò Marina, la voce un sussurro carico di significati nascosti.

Carol reclinò leggermente la testa, un sorriso che le solcò le labbra come un disegno sapiente.

"La Stanza dei Giochi..ovvio!"

Marina annuì, i ricci castani che ondeggiavano appena.

"Si sta rilassando, provando un nuovo gioco."

"Rilassando..Certo" sorrise Carol "Cosa si è inventata stavolta?"

"Lo sa, signora Reed" rispose Marina "Trova sempre nuovi modi per "rilassarsi""

"Si lo so benissimo" Sorrise maliziosamente Carol.

La sua mente, traditrice e voluttuosa, balzò all'indietro, a due notti prima, in quella stanza dei Giochi , foriera di piacere e tormento che ancora le bruciava dentro. Cecilia, nuda, offerta come un sacrificio profano, era avvinta al palo di fronte a lei. Le mani, strette in una morsa di corda ruvida dietro la schiena, le tiravano le spalle in un arco doloroso ma sensuale. Un bavaglio di cuoio spesso, quasi una museruola, le imbavagliava la bocca, soffocando ogni grido, ogni supplica, lasciandole appena un rivolo d'aria per sopravvivere. I piedi, anch'essi legati al legno freddo, le impedivano ogni fuga.

Era una statua di carne tremante, un'anima prigioniera che poteva solo dimenarsi in una danza disperata. E poi c'era Carol, anch'ella nuda, legata alla sedia senza seduta, una tortura sottile che esponeva impudicamente il suo sedere nudo e teso. I polsi ammanettati dietro la schiena, le caviglie strette, mentre sotto di lei, un vibratore, posizionato con sadica precisione all'ingresso della sua vagina, la costringeva a gemiti strozzati, annegati dal bavaglio di cotone che le riempiva la bocca. I suoi capezzoli, quasi violacei, erano straziati dalla morsa crudele di quelle pinzette che ne esaltavano la sensibilità al limite del sopportabile.

Cecilia, con occhi imploranti e lucidi, cercava lo sguardo di Carol, l'unica in grado di liberarle da quella prigione di corda. Di fronte a loro, sinistramente posizionata, troneggiava la scatola di ferro magica, il contenitore della chiave delle manette, l'unica via d'uscita da quel tormento estenuante. Una scatola di ferro con un timer per l'apertura che ticchettava inesorabile, scandendo il tempo che si faceva sempre più breve, mentre i mugolii di Cecilia si intensificavano, trasformandosi in una melodia di angoscia e piacere forzato.

Mancava mezz'ora... Al meccanismo a tempo, infatti, era collegato un filo sottile ma implacabile, che comandava l'intensità della vibrazione del dildo inserito nel culo di Cecilia. Ad ogni quarto d'ora, la vibrazione aumentava, un'onda crescente di sensazioni che la spingeva sull'orlo del baratro, fino a raggiungere il parossismo.

Venti minuti... Carol, spinta da una determinazione feroce, spinse la sedia in avanti, un movimento goffo ma deciso, per avvicinarsi alla scatola. Sapeva che avrebbe dovuto dimenarsi con tutte le sue forze, una volta che la scatola si fosse aperta, per recuperare quella dannata chiave e aprire le manette.

Quindici minuti... "MHHHHHHHH! MHHHH!" I suoni gutturali di Cecilia si trasformarono in urla soffocate contro il bavaglio. Il vibratore nel suo culo era ormai al massimo della sua potenza, un ronzio assordante che Carol percepiva. Vedeva Cecilia dimenare il sedere a destra e a sinistra, in un tentativo disperato e vano di espellere l'oggetto del suo tormento, le sue natiche scuotersi in un ritmo convulso di piacere e dolore.

Carol tornò di colpo al presente, le immagini di quella notte ancora vivide e brucianti. Sentiva il calore dell'eccitazione che le inondava il corpo e l'umidità traditrice che si era fatta strada tra le sue gambe, un promemoria sensuale di ciò che era stato e di ciò che ancora pulsava in lei.

Carol lasciò cadere il manoscritto sul tavolo ingombro, il cuoio antico che sussurrò contro il legno.

"Bhe, ora mi sa che dovrò interrompere il suo giochino...E' troppo importante"

Marina la guardo con fare sornione..."Vada pure, conosce il codice per sbloccare la porta no?"

Carol annuì, il sorriso che si allargava in una smorfia di attesa impaziente.

Fece un passo verso la porta blindata che conduceva al santuario segreto. La sua mano, sfiorò il freddo metallo del tastierino numerico. Ogni cifra digitata risuonò nel silenzio dell'ufficio come un tamburo che annunciava un rituale. Il meccanismo scattò con un *clic* secco, un invito esplicito.

Lei spinse la porta, il metallo che strideva leggermente contro il cemento.

Dentro, l'aria era densa, satura di un odore acre di sudore, cuoio e un sentore metallico quasi ferroso. L'armadio di ferro giaceva spalancato, le sue viscere metalliche esposte, frustini e corde che pendevano mollemente dalle pareti interne. Maschere in latex con bavaglio giacevano a terra, forse una preselezione di Cecilia.. Al centro, la cassa di ferro chiusa con un timer digitale sulla serratura che indicava 45 minuti all'apertura. Dall'interno provenivano gemiti bassi, quasi animali, accompagnati da leggeri, tonfi.

Carol si avvicinò alla cassa, il sorriso che si induriva in un lampo di comprensione famelica.

"Ancora a giocare da sola, Cecilia?"

La cassa rispose con un colpo più forte, un battito disperato contro il coperchio freddo.

Carol mosse verso la cassa, i suoi tacchi battevano un ritmo sordo sul cemento.

"Cecilia, tesoro, che cosa ti è venuto in mente stavolta?"

Il metallo freddo della cassa vibrò sotto il palmo di Carol mentre si chinava.

"Scommetto che ti sei chiusa dentro e sei legata e imbavagliata"

"MHHH! MHHHHHH!" ricevette come risposta.

Carol aprì la cassa con un cigolio metallico. Cecilia era rannicchiata all'interno, il suo corpo atletico e sensuale completamente esposto, i muscoli tesi sotto la tensione delle corde di canapa che le stringevano polsi e caviglie con precisione chirurgica. Una ball-gag rossa cremisi le riempiva la bocca, soffocando i gemiti, mentre una benda di cuoio nero le oscurava gli occhi, privandola del senso della vista. Un capezzolo era stretto nella morsa di una molletta collegata con una catenella ad un altra molletta penzolante mentre l'altro capezzolo era arrossato. La sua pelle chiara, imperlata di sudore, risaltava contro il metallo freddo della cassa, un quadro vivente di sottomissione volontaria e desiderio trattenuto.

Carols sospirò con un misto di sconsolatezza ma anche di eccitazione nel vedere l'amica in quella situazione

"Adesso basta giocare", disse mentre estraeva Cecilia dalla cassa "Ho cose importanti di cui parlare con te".

Carol iniziò a liberare Cecilia con movenze lente e provocanti, le sue dita sottili che scivolavano tra le corde di canapa come serpenti addestrati. Prima le tolse la benda di cuoio nero, gli occhi verdi di Cecilia che si spalancarono come gemme preziose, rivelando un'espressione che danzava tra l'estasi trattenuta e l'irritazione per l'interruzione. Uno sguardo felino, insieme rabbioso e sensuale. Con gesti esperti, Carol iniziò a sciogliere i nodi delle corde.

Cecilia una volta liberate le mani si tolse di bocca la ball-gag, completamente ricoperta di bava..."Ma insomma, Carol! Che cosa succede? Mi stavo quasi liberando da sola a forza di dimenarmi e stavo quasi raggiungendo l'orgasmo!" e staccò il morsetto ancora appeso dal capezzolo.

Carol ignorò la protesta focosa, liberando le caviglie di Cecilia con uno strattone deciso.

"Ti devo parlare urgentemente di una cosa che ho appena trovato."

"Spero per te che sia importante sennò rinchiudo te per tutto il fine settimana in questa cassa e senza timer!"

Cecilia, completamente nuda, si stropicciò i polsi ancora rossi, il corpo vibrante di adrenalina repressa.

"Parla, Carol, non farmi aspettare più del dovuto, l'eccitazione si sta dissolvendo."

"Ho trovato delle prove certe della sua esistenza"

"Di che parli? ...Non sarà mica...."

"Esatto! Ho trovato un manoscritto che ne conferma l'esistenza! Non è più solo una leggenda!"

Cecilia si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano, i suoi occhi verdi ora fissi su Carol con un'intensità che avrebbe potuto sciogliere l'acciaio.

"Il Tempio Maya perduto del bondage?"

Carol annuì, un lampo predatorio negli occhi nocciola.

"II contenuto del libro è inconfondibile."

"Dov'è? Voglio vederlo adesso," la voce di Cecilia era un comando rauco, i suoi pensieri andarono a mille.

"Ho appoggiato il libro nel tuo ufficio"

Cecilia balzo in piedi, lanciando per terra la ball-gag e si diresse nuda verso la porta della stanza dei giochi.

Nell' altra stanza Marina stava ancora riondinando e guardò Cecilia entrare nuda con noncuranza...era abituata alle sue stranezze.

Cecilia ignorò la sua presenza, i suoi piedi nudi che picchiettavano sul cemento freddo, il corpo ancora luccicante di piacere negato.

"Dove sta?, Dove l'hai messo?" chiese Cecilia.

Carol indicò il tavolo ingombro, il manoscritto che sembrava pulsare di un'energia antica.

"Lì, vicino alla pila di tavolette atzeche. Il cuoio è spesso, le pagine rigide, quasi fossili."

Cecilia afferrò il tomo massiccio, la ruvidità del cuoio antico quasi una scarica elettrica sulle sue dita ancora frementi.

"Non ti vestirai prima?" chiese Carol, sollevando un sopracciglio.

"Non ho tempo per le formalità, Carol, voglio esaminare questo dannato libro. ora!"

Marina chiese "Di cosa si tratta?"

"Se Carol non ci ha preso in giro, interrompendo la mia "meditazione" abbiamo conferma dell' esistenza del tempio Maya perduto del bondage!" disse Cecilia eccitata.

 

Capitolo 2

Cecilia accarezzò la copertina del manoscritto, gli occhi che brillavano di un fuoco selvaggio. Le sue dita seguirono i contorni delle lettere sbiadite sulla copertina, Le lettere formavano il nome "Bartolomeo de Murgia". Conosceva questo nome. Era frate domenicano al seguito dell'esploratore Rodrigo de la Vega, esploratore spagnolo minore, ossessionato dalla ricerca di rovine Maya da saccheggiare.

"Spagnolo... del Cinquecento, direi..." sibilò, aprendo con cura il volume.

"Allora, è vero?" chiese Marina, le parole un filo sottile nel brusio dell'ufficio.

"Più vero di quanto avremmo mai osato sperare, Marina," rispose Cecilia, senza distogliere lo sguardo dal tomo. Le sue dita volavano sulle parole, i suoi occhi verdi divoravano ogni riga come un falco sulla preda. "Il tempio del bondage! Perduto nelle profondità della giungla, dove alcune sacerdotesse scelte tra le più resistenti e procaci venivano iniziate attraverso un rituale composto da serie di tormenti bondage estremamente sofisticati per giorni , portando tramite il dominio alla sottomissione più assoluta. E ne uscivano come delle macchine da guerra, senza pietà , perfetti soldati ubbidienti, insensibili al dolore e alla paura..praticamente invincibili. Diventando poi adorate dal popolo e messe alla testa degli eserciti in battaglia!"

"Finora pensavamo fosse solo una leggenda" aggiunse Carol appoggiata allo stipite della porta "Ma ora..guarda al suo interno! Se non è il tempio non so cosa possa essere!"

Cecilia mise il libro sulla scrivania , sopra alle altre cartaccie e lo aprì. Il libro era in uno stato pietoso, le prime pagine erano assolutamente illeggibili. Ogni pagina sembrava contenere delle annotazioni sulla sinistra e sulla destra alcuni disegni troppo sbiaditi per essere decifrati.

"Accidenti Carol! Il libro è illegibile tanto è rovinato!"

"Aspetta. Apri le pagine centrali!" la esortò Carol

Cecilia aprì il libro nel mezzo, che conteneva due pagine non troppo rovinate e leggibili. Nella pagina destra campeggiava il disegno di una donna di chiara etnia maya, in carne, con seni enormi, pube peloso e nuda. Era legata con le mani dietro la schiena a quello che sembrava un trono di pietra senza seduta. Le gambe erano divaricate e le caviglie erano bloccate ai piedi della sedia da una catena. In bocca aveva un grosso straccio legato dietro la testa che le impediva di parlare. Sotto di lei quello che sembravano due grossi dildi di pietra collegati con una sbarra, uno per la vagina e uno per il sedere che sembravano muoversi alternativamente su e giù. Erano collegati tramite alcuni meccanismi ad un piccolo mulinello ad acqua che girava trasmettendo il movimento. Il viso della donna era un misto di sofferenza, paura ed eccitazione. Sulla destra della donna un'uomo completamente nudo, con il grosso pene in tiro, ricoperto di tatuaggi rituali e con indosso una maschera spaventosa con alcune punte teneva le braccia alzate in segno di invocazione. Sulla sinistra alcune annotazioni del frate che descrivevano nel dettaglio il meccanismo.

"Ma quindi...lui le ha viste!E disegnate!"

Nella pagina successiva un po' più rovinata ma leggibile,il disegno raffigurava un meccanismo fatto per infliggere sofferenza di gruppo. Una donna dai lunghi capelli neri, nuda, procace ben legata mani e piedi ad un palo al centro di una stanza, montato su una piattaforma girevole con dei meccanismi visibili sotto e imbavagliata con uno straccio. Dietro di lei un mulino ad acqua faceva ruotare delle piume su e giu per provocarle solletico su addome, pube e braccia, facendola dimenare. Il meccanismo sotto di lei era collegato tramite corde e puleggie direttamente a corde che passavano tra le gambe di altre due donne nude, legate mani e piedi a due paletti nel terreno, in piedi, imbavagliate e bendate , con le gambe divaricate. Il meccanismo sembrava funzionare in modo che al dimenamento della donna al centro tramite la piattaforma girevole si trasmettesse il suo movimento ad un meccanismo che faceva si che le corde in mezzo alle gambe delle altre ragazze si tendessero sempre di più. In disparte un uomo somigliante a quello del disegno precedente sempre nudo, stessi tatuaggi e con la stessa maschera, guardava la scena con le braccia al cielo.

"Incredibile.." disse Marina "Ma come facciamo a sapere che non sia un falso di qualche buontempone perverso?"

"Per via di questo!" disse Cecilia indicando il disegno più piccolo sotto le annotazioni.

Era il disegno dell'ingresso di un tempio maya nella giunga. Sullo stipite della porta la statua di una donna corpulenta con un seno enorme, nuda legata e imbavagliata in piedi, mani legate dietro la schiena, piedi legati, addobata come una dea che guardava il visitatore con aria severa.

"Ti presento...Ix'Chelab, dea della sofferenza! Come vedi la stessa figura della statua è tatuata anche sulle schiene dei "sacerdoti", chiamiamoli così, presenti nei disegni."Prosegui " La rappresentazione è coerente con le descrizioni che ho letto finora, ma non avevo mai visto una sua rappresentazione visiva. Solo chi l'ha effettivamente vista potrebbe disegnarla in maniera così precisa!"

"Quindi ora che si fa?" domando Marina "non mi sembra che ci siano indicazioni precise in questo libro, a parte qualche disegno e qualche annotazione!"

"Si" disse Cecilia "Ma ora sappiamo che è realmente esistito! Dobbiamo cercarlo per scoprirne i segreti! Carol, dove hai trovato questo libro?"

"Proviene da un mercatino delle pulci di una piccola città dello Yucatan" disse Carol " E secondo me dovremmo andare li e indagare magari salta fuori qualcosa di più".

"Va bene, è deciso" disse Cecilia "Marina, ti va di fare un giretto nello yucatan? potebbe essere d'aiuto per la tua tesi di laurea!"

"Professoressa, per me sarebbe fantastico"

"Ok. Carol tu verrai con noi! Conosci i dettagli del ritrovamento meglio di chiunque altro e solo col tuo aiuto potremo trovare qualcosa".

"Va bene" disse carol "ma non vuoi farti una doccia e cambiarti prima? Se esci di qui nuda ti arresteranno prima di arrivare all'aereoporto!" disse sorniona guardando il corpo nudo di Cecilia.

"Si hai ragione forse è il caso. Ci vediamo fra un po'..Marina, annulla tutti i miei impegni e prenota un volo, tre biglietti per Cancoon"

"Si dottoressa Stone."

Marina si mise alla scrivania e cominciò a digitare sul computer.

"Noi ti aspettiamo qui!" disse Carol " Ero già pronta a partire, sapevo che non avresti resistito e che saremmo partite subito!"

Cecilia uscì dalla stanza , recandosi nel bagno accanto alla sala dei giochi.

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