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Federikamilani 29  y.o.
Woman
Genova, Italy
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  • lesbian

Io e mia moglie Chiara. Prima parte. L'inizio della nostra storia

Prima parte


Mi chiamo Federica, ho ventinove anni e la storia che voglio raccontarvi è quella del mio viaggio verso la libertà. Al mio fianco oggi c'è Chiara, mia moglie, ma prima di arrivare a noi e a come è iniziato il nostro amore, devo scavare nei miei ricordi. Inizio da dove tutto ha preso forma: l'infanzia all'ombra dei miei genitori, i conflitti di un'adolescenza inquieta e le prime, clandestine scoperte che hanno modellato la mia sessualità, fino a quella sera di settembre del 2016 in cui ho incrociato lo sguardo di Chiara per la prima volta.


Sono nata a Genova il 24 gennaio 1997 e sono cresciuta in una tipica famiglia borghese genovese, papà Carlo funzionario regionale, mamma Elisabetta libera professionista, un fratello, Andrea, di 9 anni più grande di me, integralista cattolico, frequentatore di Acr, parrocchia, ambienti ecclesiastici. Da bambina fui indottrinata a questa visione della vita dai miei genitori e dall’esempio di mio fratello tutto casa, scuola e chiesa: messa domenicale, comunione, tabù del sesso, visto come una colpa da cui non macchiarsi e da concedere solo dopo il matrimonio, argomenti che sentivo spesso a casa. Mia madre li indirizzava a mio fratello ma faceva in modo che anche io ascoltassi affinchè la goccia di quei discorsi scalfisse la pietra e penetrasse nel mio cervello, una sorta di lavaggio del cervello pediatrico.


 Crescere sotto quella goccia cinese, però, produsse in me l'effetto opposto. Intorno ai quattordici anni mi guardavo allo specchio e mi vedevo come un brutto anatroccolo: ero solitaria, scontrosa, chiusa nel mio guscio e con pochissime amicizie. Mentre le mie coetanee iniziavano a sperimentare i primi amori, io mi rifugiavo nello studio, schiacciata dal senso di colpa per ogni minimo pensiero che riguardasse il sesso. Eppure, il mio corpo cresceva e con lui i miei desideri, che trovavano sfogo solo nella masturbazione, un segreto vissuto tra le lenzuola che mi dava sollievo, ma che subito dopo mi faceva sentire terribilmente "sporca" secondo i canoni di casa mia.


Poi, negli ultimi anni di liceo, qualcosa è cambiato. La corazza ha iniziato a incrinarsi e ho sentito il bisogno di evadere da quella prigione di moralismo. È stata un’adolescenza vissuta a piccoli passi e di nascosto.


 Prima c'è stata Fabrizia, una compagna di scuola che ammiravo a tal punto che, tra una confidenza e l'altra, ci siamo spinte oltre, scoprendo una complicità fisica che mi aveva confusa ma anche accesa. Poco dopo è arrivato il mio compagno di classe con cui ho perso la verginità: un'esperienza dettata più dalla curiosità di sbloccare un tabù che da un vero sentimento. E infine un breve periodo con uno scopamico, una relazione senza impegni che serviva solo a farmi sentire normale, simile alle altre ragazze, e a dare una tregua al mio deserto sentimentale. Erano piccoli sprazzi di libertà che tenevo rigorosamente nascosti a mia madre, ma che mi hanno aiutata a capire che la mia verità era ben diversa da quella che mi propinavano in salotto. Tutta questa rabbia e questa voglia di riscatto le ho riversate sui libri negli ultimi mesi di scuola.


A diciannove anni arrivò l’esame di maturità: una liberazione assoluta. Tutti quelli che mi leggono sanno bene cosa significhi lasciarsi alle spalle i banchi di scuola dopo l’ultimo colloquio. Finisce un capitolo intero, quel limbo che ti costringe agli obblighi scolastici e ti etichetta ancora come "piccola", un'adolescente bloccata tra il terrore delle interrogazioni e l'ansia dei compiti a sorpresa.


Voltata quella pagina, mi lanciai subito sui libri per preparare il test di medicina. Volevo superare a tutti i costi lo scoglio della preselezione. A inizio settembre affrontai i quiz e, quando uscirono le graduatorie, scoprii di avercela fatta: ero ufficialmente iscritta al primo anno della facoltà di Medicina di Genova, un’eccellenza in Italia.


Toccavo il cielo con un dito per quel traguardo raggiunto solo ed esclusivamente con le mie forze. Finalmente anche i miei genitori si mostrarono orgogliosi, anche se mia madre non perse l'occasione per metterci il cappello: non mancò di rimarcare che quel successo era il giusto premio per non essermi mai "distratta con i ragazzi" e che le sue preghiere avevano ottenuto una risposta lampante. Secondo lei, avrei dovuto ringraziare solo Dio per avermi messo una mano sulla spalla. Lo stesso Dio che, sempre a detta sua, aveva appena concesso due sfolgoranti doni a mio fratello Andrea: incontrare una fidanzata specchiata e pura, ovviamente pilastro dell'Acr, e ottenere una supplenza in una scuola paritaria dopo la laurea in lettere.


La lasciai parlare, limitandomi a sorridere sotto i baffi: sapevo fin troppo bene che la mia verità era tutta un'altra storia.


 


Un sabato di metà settembre del 2016, nel limbo perfetto prima dell'inizio delle lezioni universitarie, la mia amica Elisa mi propose di andare alla festa di una certa Ludovica. La location prometteva bene: una villetta a Sant’Ilario, sulla sponda della Riviera appena superata Genova Nervi. Accettai al volo, accarezzando l'idea che potesse essere l’occasione giusta per incontrare qualcuno di interessante dopo un lungo periodo di solitudine sentimentale.


Passai il pomeriggio a prepararmi senza fretta. Dopo la doccia, indugiai davanti allo specchio della mia camera, nuda, come ormai amavo fare per riprendere confidenza con il mio corpo. Dai miei un metro e sessantaquattro, osservavo i capelli castano-biondi – schiariti dal sole e dal parrucchiere – che mi ricadevano oltre le spalle con la riga in mezzo. Il seno, una buona seconda soda e fiera, stava su da solo senza bisogno di reggiseno; i capezzoli erano piccoli, di un rosso scuro acceso, incorniciati da un'aureola vivace. Guardai la pancia piatta, compiaciuta, e poi più giù, verso quel triangolino di peli castani sul pube che l'estetista curava con precisione, ripulendo i contorni delle grandi labbra, che trovavo decisamente armoniose. Il clitoride, il mio insostituibile alleato in tante notti solitarie, era lì, nascosto e sensibile. Facendo perno sulle gambe dritte e sui miei piedi numero trentasette, mi girai di spalle: il sedere, non enorme ma ben delineato nelle forme, mi soddisfaceva. Qualche volta, mossa dalla curiosità e aiutata da uno specchietto ingrandente, mi ero spinta a esplorare persino l'ano, scoprendolo perfetto, sfumato di un roseo scuro e pulito. Nel complesso mi vedevo una ragazza carina, attraente, capace di catturare gli sguardi giusti.


Scelsi un look sportivo ma curato e un trucco leggero. Elisa passò a prendermi alle diciannove. Mentre l'auto si arrampicava verso Sant'Ilario, rimasi incantata da quel borgo così intimo e suggestivo, arroccato in collina tra le fasce di ulivi e sospeso sopra il mare, con una vista mozzafiato che abbracciava l'intero golfo di Genova.


Arrivammo verso le venti. Il giardino della villetta era già gremito di invitati, tutti rigorosamente sconosciuti. Era una cornice splendida, mossa da ulivi e aiuole curate, con ombrelloni, sedute e buffet allestiti su grandi tovaglie bianche cariche di vassoi e bottiglie di ogni tipo. All'interno, la casa si apriva in un’ampia sala dominata da una vetrata immensa, che regalava una vista suggestiva sul mare in lontananza. L'arredamento denotava uno stile minimalista e ricercato: divani e tendaggi scuri a contrasto con le pareti candide, quadri futuristi alle pareti e, sul lato opposto, un secondo dispiegamento di ogni ben di Dio tra dolci, salati e pile ordinate di piatti e posate.


Sapevo che era la festa di compleanno di una ragazza di famiglia decisamente facoltosa, ma la verità è che mi sentivo un’imbucata a tutti gli effetti. Non conoscevo nessuno e avevo la netta sensazione che chiunque mi guardasse si stesse chiedendo chi diavolo fossi. Come se non bastasse, Elisa non mi aveva ancora presentata alla padrona di casa; anzi, le è bastato intercettare un gruppo di conoscenti e agganciare un tizio per dileguarsi nel nulla. Prima di sparire, si è limitata a girarsi e a farmi un cenno sbrigativo con la mano, stampandosi in faccia un sorriso complice che significava solo una cosa: "ci vediamo tra un po'".


Immaginando fin troppo bene l'epilogo della serata di Elisa con il suo nuovo amico, iniziai a vagare piuttosto annoiata tra il giardino e la sala, sperando di scovare un volto interessante o, almeno, un'altra anima solitaria con cui scambiare due parole per ammazzare il tempo. Attorno a me, però, vedevo solo capannelli di persone che parlavano, ridevano e si lanciavano battute d'intesa; non c’era nessuno da solo in un angolo a fare da tappezzeria. Per non dare l’impressione della disperata in cerca di compagnia, mi rifugiai su una sedia in giardino, fissando lo schermo del cellulare con finta concentrazione. Non avevo una personalità così aperta o sfacciata da potermi inserire a freddo nei discorsi degli altri. Poco dopo, però, scossi la testa e pensai: "Ma chi se ne frega, ormai sono qui e la fame si fa sentire, tanto vale approfittarne". Così, tornai determinata in sala, agguantai piatto e posate e iniziai a servirti, decisa a godermi almeno la cena al fresco degli ulivi.


Mentre passavo in rassegna il buffet per valutare le opzioni migliori, adocchiai una torta salata dall’aspetto decisamente invitante. Proprio mentre mi allungavo per tagliarmene una fetta, alzai istintivamente gli occhi: il mio sguardo si incrociò in linea retta con quello di una ragazza. Stava in piedi, da sola, a metà della sala, a pochi passi dal mio tavolo e a ridosso dei divani vicino alla vetrata. Non l’avevo notata prima, ma mi resi conto che mi stava fissando, anche se con un'eleganza magnetica e discreta. Dimostrava qualche anno più di me. Quel suo sguardo profondo, incorniciato da due occhi nerissimi e da sopracciglia così curate da sembrare disegnate, mi fulminò. Aveva un accenno di sorriso impresso su una bocca piccola e perfetta; le labbra, accese da un rossetto rosa scuro, la rendevano un ritratto degno della migliore Annie Leibovitz. I miei occhi rimasero letteralmente incollati ai suoi, come uniti da un filo invisibile. Restai immobile per qualche secondo, con la forchetta sospesa a mezz’aria, calamitata da quella presenza. Poi, scossa dall'insolita intensità di quel momento, distolsi lo sguardo a fatica e ripresi il mio giro, fingendo una totale concentrazione sul cibo per camuffare l'improvviso batticuore.


Ero arrivata alla fase cruciale del "piatto quasi pieno" – quella in cui ti ripeti che un'ultima cosa ci può ancora stare – quando mi sentii toccare la spalla sinistra e una voce cristallina ruppe il brusio della sala:


«Ehi, ciao!»


Girandomi, mi trovai davanti proprio la ragazza che un attimo prima mi aveva letteralmente stregata.


«Ciao!» le risposi. Il cuore mi fece un piccolo balzo: ero spiazzata ma segretamente fiera che fosse stata proprio lei a fare la prima mossa, agganciando la mia curiosità.


«Non ti ho mai vista da queste parti. Sei un’amica di Ludovica?»


«Di chi?» chiesi come una stupida, colta di sorpresa e del tutto disconnessa dal contesto.


«Di Ludovica, la festeggiata!» ammiccò lei.


«Ah, sì... no, a dire il vero non la conosco», ammisi, sentendo le guance andare a fuoco.


«Ahaha, non dirmi che ti sei imbucata!» mi disse ridendo, con una spontaneità che mi tolse subito ogni difesa.


«No, giuro! Sono venuta con Elisa, una mia amica. Solo che è sparita prima ancora di presentarmi alla padrona di casa e adesso non ho idea di dove sia finita», dissi alzando gli occhi al cielo. Morivo dalla voglia di sprofondare: chissà che figura ci stavo facendo.


«Rimediamo subito, tranquilla, ci penso io a introdurti. Ah, comunque io sono Chiara, piacere.»


«Federica, piacere mio. E grazie mille!»


«Vieni, andiamo. Guarda, Ludovica è quella ragazza laggiù, bionda e sui tacchi alti, è inconfondibile.»


Mentre la seguivo, l'imbarazzo crebbe: mi sembrava assurdo farmi presentare alla padrona di casa da una sconosciuta incontrata cinque minuti prima al buffet, e per di più nel bel mezzo della sua festa.


«Ehi Ludovica!» la chiamò Chiara. «Lei è Federica, è venuta con Elisa.»


«Ciao Federica, piacere!» mi disse Ludovica, regalandomi un sorriso radioso. «Grazie di essere venuta, mi raccomando, serviti pure, è tutto a tua disposizione!»


«Grazie a te, e auguri», risposi, sfoderando un sorriso che sentivo rigido e palesemente forzato.


«Allora divertiti! Ora scusami ma vado a salutare gli ultimi arrivati, ci vediamo dopo!»


Una meteora, praticamente.


"Divertiti", pensai tra me e me. Ma come? L’unica cosa che avrei voluto fare in quel momento era squagliarmela e tornarmene a casa. Come se non bastasse, pure Chiara si era dileguata nei venti secondi in cui Ludovica mi aveva rivolto la parola. Mi guardai attorno, decisa a scovare un angolo riparato dove potermi sedere a mangiare in pace, ma prima ancora che potessi fare un passo me la ritrovai di nuovo davanti, con il piatto in mano e un sorriso complice.


«Vieni, andiamo in giardino a mangiare insieme, ti va?»


«Sì!»


Un "sì" fin troppo entusiasta che mi uscì spontaneo. "Finalmente", pensai con un sospiro di sollievo, "almeno la serata è salva".


Ci sedemmo una di fronte all’altra a un tavolino appartato, tra gli ulivi, e iniziammo a parlare. Scoprii subito che Chiara aveva ventisette anni e che lavorava come praticante nello studio notarile del padre, a Genova, mentre la madre gestiva un negozio in un centro commerciale. Da vicino, la sua bellezza era ancora più evidente ed elegante: era alta circa un metro e settanta, e i capelli neri le ricadevano morbidi in onde leggere fin sotto le spalle, con una frangetta sbarazzina che le accarezzava la fronte. Ogni suo gesto rivelava una grazia naturale, dalle mani curate con unghie corte e smalto rosa chiaro, fino al modo in cui muoveva il corpo, asciutto e slanciato. Indossava una camicetta bianca arricchita da delicati merletti, da cui s'indovinava un seno non enorme ma sodo e decisamente ben fatto, abbinata a un pantalone nero aderente che metteva in risalto le sue forme. Ai piedi calzava dei sandali dal tacco medio, che richiamavano lo stesso smalto delle mani.


Dopo essermi presentata a mia volta – decisamente più informale in polo bianca, jeans scuro e sandali estivi ravvivati da uno smalto nero, lo stesso che avevo sulle mani – le raccontai di me. Le dissi dei miei diciannove anni, della maturità appena superata e del test di Medicina che avevo passato a inizio settembre, aprendomi le porte della facoltà di Genova. Chiara mi fece i complimenti, e sentii che erano sinceri, privi di qualsiasi condiscendenza. Mentre mi ascoltava, restai incantata dal suo sorriso smagliante, incorniciato da denti bianchissimi e perfetti. La sua voce era limpida e sicura, l'esatto contrario di come suonava la mia quando subentrava il nervosismo, e aveva un timbro caldo, incredibilmente piacevole. Più la guardavo, più percepivo la sua natura: era una ragazza solare, empatica, ma dotata di una spiccata determinazione.


Ci mettemmo a parlare di tutto, perdendo completamente la cognizione dello spazio e del tempo. Passammo dal tavolino del giardino a ricaricare i piatti al buffet, per poi spostarci su uno dei divani interni. Con lei mi sentivo a mio agio come se ci conoscessimo da una vita intera, e non da poche ore. Si era fatta ormai mezzanotte passata quando, dopo aver liquidato un messaggio di mia madre ("Quando torni?" – "Fra tre ore"), vidi Elisa fare capolino da lontano. Mi fece cenno che era ora di andare, ma io avrei voluto che quella notte non finisse mai. Provai una fiammata di rabbia verso di lei: era stata una vera stronza, mi aveva trascinata a quella festa solo per non andarci da sola e poi, non appena aveva trovato un tizio con cui svoltare la serata, mi aveva piantata in asso senza pensarci due volte. Chiara notò subito la mia espressione contrariata e, intuendo la mia riluttanza a muovermi, mi salvò la vita per la seconda volta: «Se vuoi ti accompagno io, sono venuta in macchina da sola. Mi farebbe davvero piacere». Con un senso di trionfo stampato in faccia, andai incontro a Elisa e le dissi freddamente di andarsene pure senza di me, perché avevo trovato un passaggio. E lei ebbe pure il coraggio di fare l’offesa!


Erano passate le due quando decidemmo che era ora di muoverci. Non avevo un briciolo di sonno: quell'incontro così inatteso mi aveva messo in circolo una scarica di adrenalina pura, regalandomi una lucidità e una parlantina che non mi appartenevano. Ero felice, elettrizzata per aver trovato una persona tanto speciale. Anche se Chiara aveva qualche anno più di me, sentivo che quel legame avrebbe superato la barriera della semplice conoscenza; intuivo che di lei avrei potuto fidarmi, forse fino a confidarmi davvero.


 


Dopo aver chiacchierato senza sosta lungo tutta la Aurelia nel tragitto di ritorno verso il centro, ci lasciammo sotto casa mia. Ci scambiammo i numeri di telefono stampandoci in faccia la promessa di rivederci il prima possibile. Una volta a letto, passai il tempo a riavvolgere il nastro della serata: avevo ancora stampato in testa il suo volto radioso e nelle orecchie il timbro caldo della sua voce. Mi addormentai con una strana sensazione di leggerezza, grata che la serata si fosse trasformata in quel modo e decisissima a tagliare i ponti con Elisa una volta per tutte.


Domenica passò tranquilla, giusto il tempo di un messaggio veloce per augurarci buona giornata.


Il lunedì pomeriggio, invece, la mia mente fece tutto da sola. Ero in centro per fare scorta di quaderni e cancelleria in vista dell'inizio delle lezioni e, mentre camminavo sotto i portici della centralissima via XX Settembre, mi tornò in mente che lo studio notarile in cui Chiara faceva la pratica si trovava proprio lì. Diedi un'occhiata all'orologio: mancavano pochi minuti alla sua ora di uscita. Senza pensarci due volte, mossa da un impulso improvviso, mi piazzai davanti al grande portone del palazzo. Non feci in tempo a chiedermi se stessi facendo una scelta bizzarra che i battenti in legno si aprirono e Chiara comparve sulla soglia.


«Ciao Chiara!»


«Ehi, Federica! Che sorpresa, cosa ci fai qui?» mi domandò, sgranando gli occhi in un sorriso.


«Ero in zona per compere universitarie... ho calcolato l'orario e ho sperato di intercettarti per un saluto al volo!»


«Ma hai fatto benissimo!» esclamò, stringendomi in un abbraccio spontaneo che mi fece respirare il suo profumo fiorito. «Senti, io ho una fame da lupi... ti va di fare un salto al Porto Antico per un aperitivo?»


«Ci sto, volentieri!»


Mentre camminavamo l'una accanto all'altra, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Chiara era semplicemente abbagliante nel suo look da ufficio: indossava un tailleur pantalone leggero color azzurro polvere, una camicetta candida e un paio di décolleté nere dal tacco slanciato ma comodo. I capelli scuri erano sciolti sulle spalle e un filo di rossetto rosa cipria le illuminava le labbra. Emanava un'eleganza innata, sicura e sofisticata, che creava un contrasto quasi comico con la mia mise del giorno: t-shirt colorata, jeans strappati e le solite Converse consumate ai piedi. Eppure, quella differenza non pesava affatto; stare con lei mi faceva sentire incredibilmente a mio agio, protetta e rilassata.


Da quel giorno, e per tutto l'autunno, la nostra amicizia crebbe a vista d'occhio, trasformandosi in un'intesa totale. Anche se i primi corsi di Medicina si rivelarono da subito un mezzo sequestro di persona tra lezioni e studio intensivo, facevo i salti mortali per ritagliarmi un paio d'ore ogni pomeriggio. La raggiungevo all'uscita dal lavoro per fare due passi insieme lungo le vie del centro, spingerci fino a casa sua – abitavamo entrambe nella circonvallazione a monte, lungo i viali della Genova alta – o fermarci a chiacchierare davanti a un bicchiere di vino...


 

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