Novembre arrivò portando con sé la prima vera tramontana e una mole di studio che rischiava di schiacciarmi. Le lezioni di Anatomia e Istologia mi prosciugavano le energie, ma ogni pomeriggio la prospettiva di raggiungere Chiara in via XX Settembre era la mia scialuppa di salvataggio. Ricordo un martedì di pioggia battente, uno di quei pomeriggi in cui Genova si tinge di grigio e i vicoli profumano di umido e focaccia calda. Mi ero rifugiata nell'atrio del suo palazzo, stanca morta, con la testa ancora piena di nomenclature di ossa e muscoli. Quando Chiara scese, invece del solito saluto, mi tese un thermos di caffè caldo e mi avvolse mezza sciarpa attorno al collo, ridendo per i miei capelli crespi per l'umidità. Ci infilammo in un bar storico di piazza De Ferrari, riparate dal temporale, e restammo per due ore a parlare di niente. Io le ripetevo i canali anatomici e lei mi ascoltava come se fosse la cosa più interessante del mondo, per poi raccontarmi le assurdità dei clienti dello studio. In quel bar anonimo, mentre fuori la città affogava nella pioggia, capii che Chiara stava diventando il mio posto sicuro.
Quella complicità, però, doveva arrestarsi bruscamente sulla soglia di casa mia. Quando rientravo la sera, l'atmosfera cambiava di colpo. Mia madre mi aspettava in cucina, squadrando i miei quaderni e i miei orari con il sospetto di chi cerca una colpa: «Arrivi tardi, Federica. Spero che tutta questa "frequentazione" con questa nuova amica non ti distragga dal dovere. Ricordati i sacrifici che facciamo». Io incassavo in silenzio, mentendo sui pomeriggi passati in biblioteca, e filavo in camera mia. La rigidità di quelle mura non faceva che alimentare il mio desiderio di scappare, di tornare a respirare l'aria leggera che c'era solo accanto a Chiara.
La mia vita era, in ogni caso, decisamente cambiata. Rispetto agli anni passati a fare da tappezzeria, sola e scontrosa, mi sentivo finalmente rifiorita: ero molto più sicura di me, orgogliosa dei miei successi universitari e di quell'intesa con Chiara che aveva azzerato tutto il resto. Le vecchie frequentazioni erano ormai un ricordo; Alessia era sbiadita nel tempo, mentre Elisa l'aveva mandata a quel paese definitivamente dopo la sua mossa egoista alla festa di settembre. Non provavo alcun rimpianto.
Il 23 dicembre di quell’anno feci un altro grande passo: andai per la prima volta a casa sua per conoscere i suoi genitori. Abitavano in un grande appartamento di alta rappresentanza in corso Firenze, nel cuore della Circonvallazione a monte. Era una casa di immenso stile, arredata con un gusto sobrio ed elegante che denotava l’agiatezza della famiglia, tra soffitti alti e dettagli d'epoca. Passammo una serata splendida, scambiandoci i regali di Natale e chiacchierando davanti all'albero fino a notte fonda. Si era fatta ormai l'una passata quando suo padre, con una galanteria d'altri tempi, insistette per riaccompagnarmi in macchina; sosteneva che alla mia età fosse impensabile girare da sola per le strade deserte a quell'ora, nel timore di brutti incontri.
Quella notte, però, una volta infilata sotto le coperte, mi ritrovai a fare i conti con una profonda confusione. Restai a lungo a occhi chiusi, incapace di prendere sonno: Chiara era diventata il mio centro di gravità permanente e, per quanto cercassi di razionalizzarlo, dovevo ammettere che occupava ogni singolo istante dei miei pensieri. Perfino quando mi seppellivo sui libri di Medicina, la mente restava ancorata ai testi solo in superficie; in sottofondo c'era sempre e solo lei. Mi scoprivo a chiedermi cosa stesse facendo, a desiderare il momento in cui ci saremmo riviste, a fare l'esegesi di ogni sua frase o risata. Cercavo di scacciare quelle sensazioni, spaventata da quanto fossero intense e nuove per me, ma poi, a ogni vibrazione dello schermo, il cuore mi faceva un balzo nella speranza che fosse un suo messaggio su WhatsApp. Per un attimo provai a fare un paragone con i miei ricordi del liceo, ripensando a Fabrizia e a quel sesso fatto quasi per emulazione o curiosità. Ma capii subito che stavo barando con me stessa: quella con Chiara non era una semplice amicizia colorata dall'ammirazione. Era qualcosa di completamente diverso, una forza sotterranea che spingeva per uscire allo scoperto.
Il ventisei dicembre, in serata, uscimmo per andare al cinema alla Fiumara. Dopo mezzanotte, mentre stavamo rientrando in macchina, Chiara si voltò verso di me con un sorriso complice:
«Hai già sonno, Federica?»
«No, per niente. Tu?»
«Nemmeno io. Ti va se facciamo un salto a Castelletto? La serata è così mite e limpida...»
«Va bene, andiamo!»
Spianata Castelletto era a due passi da casa nostra: un balcone sospeso sulla città dove la vista spazia dai tetti del centro storico fino all'immensità del golfo. A quell'ora della notte, senza turisti, era un paradiso di luci e silenzi.
Ci sedemmo su una panchina, di fronte al mare verticale di Genova. Il silenzio intorno a noi era denso. Assaporavo una felicità piena, appagata dal semplice fatto di essere lì con lei, eppure avvertivo un vuoto indefinibile che premeva sotto la gabbia toracica. Non riuscivo a dare una veste logica a quella sensazione, né a interpretare l'impulso che spingeva per emergere dal profondo del mio animo. Era un'ombra sottile, un enigma che quasi guastava la bellezza di un momento in cui avrei dovuto sentirmi leggera come una farfalla.
Per rompere il ghiaccio, Chiara se ne uscì con una battuta fulminante su una nostra conoscenza comune. Scoppiai a ridere come una scema, voltandomi verso di lei e sventolando una mano come a dire: "Ma cosa stai dicendo!". Anche lei si lasciò andare a una risata cristallina, mi afferrò il braccio destro e ci sbilanciammo l'una contro l'altra, spalla a spalla. Com'è naturale quando si ride a crepapelle, l'impeto si smorzò lasciandoci a un centimetro di distanza: viso a viso, gli occhi negli occhi. Il suo sguardo profondo sembrava calamitare il mio. La fissai con un accenno di sorriso, avvolta da una leggerezza sconosciuta e bellissima, amplificata dal calore delle sue labbra così vicine. Chiara, senza dire una parola, annullò l'ultimo frammento di spazio. Mi baciò.
Mentre le sue labbra incontravano le mie, fece scivolare la mano destra sopra la mia sinistra, appoggiata sul ginocchio. Tutto si consumò in un istante perfetto: quel bacio imprevisto mi travolse con un'ondata di stupore e stordimento. Chiusi gli occhi, abbandonandomi al calore della sua bocca, mentre un batticuore violento mi faceva trasalire per l'unicità di quel momento.
Quando si staccò, notai un velo di esitazione sul suo volto: fece quasi per scusarsi, convinta che non avessi ricambiato. Fu allora che l’istinto prese il comando: mi sporsi in avanti e la baciai a mia volta. E questa volta fu un bacio vero, profondo, d'una dolcezza disarmante e appassionata. Quel contatto liberò d'un colpo tutti i sensi, il sapore e la travolgente sensualità che nei mesi precedenti avevo cercato di anestetizzare e scacciare dalla mente. In quel frangente, la natura e l'amore vinsero ogni resistenza, esplodendo in tutta la loro potenza.
Quando le nostre labbra si separarono, mi accorsi solo in quel momento che le mie dita erano strettamente intrecciate alle sue. Riuscii solo a sussurrare:
«Io…»
«Shhh, non dire niente. Non parlare adesso», mi sussurrò di rimando.
Mi circondò il collo con la mano sinistra e mi tirò di nuovo a sé. Fu un bacio ancora più consapevole, frenetico, denso di sentimento e di una femminilità complice. I nostri profumi si fusero, i respiri si trovarono all'unisono e le mani cercavano il corpo dell’altra; le nostre lingue si cercarono in un gioco ipnotico e sensuale, incuranti di chiunque potesse passare lungo la spianata o affacciarsi dalle finestre dei palazzi illuminati.
Quando alla fine ci staccammo, ci guardammo negli occhi e le sorrisi, trovando subito la sua complicità. Se prima avrei avuto mille cose da confessarle, in quel momento la mente era immobile, magnifica e vuota; quell’ultimo bacio aveva azzerato ogni rumore di fondo.
«Avevo una paura tremenda...» esordì Chiara, rompendo l'incantesimo senza smettere di fissarmi. «È da tantissimo tempo che avrei voluto baciarti, ma temevo di rovinare la nostra amicizia. Dentro di me stavo male, anche se facevo finta di nulla... stasera, però, non ce l’ho più fatta. Se tu...»
«Anche io», la interruppi, alleggerendola del peso di quella frase. «Ero confusa, spaventata da quello che provavo. Volevo convincermi che fosse solo ammirazione per la persona splendida che sei, forse per proteggermi. Ma quando mi hai baciata, è come se avessi spazzato via la cortina di fumo che mi nascondeva la realtà.»
«Allora provi lo stesso per me?» mi chiese, e gli occhi le brillavano nell'attesa disperata di una conferma.
«Sì... sì», risposi. Mi sentivo ancora stordita e un po' impacciata, ma quella parola mi uscì dal cuore, pulita e sincera.
Mi stringeva forte a sé, raggiante ed entusiasta, tempestandomi il collo di baci leggeri.
Con un'innocenza che aveva il sapore delle prime volte, le feci una domanda quasi adolescenziale:
«Allora... che dici, ci mettiamo insieme?»
«Certo che sì!»
Restammo su quella panchina a parlare, a baciarci e a stringerci in un abbraccio continuo che sembrava non bastarci mai. Avevo addosso un'euforia elettrica, una scarica di adrenalina pura. Mi percepivo diversa, magnetica, come se una parte di me fino ad allora clandestina avesse finalmente preso possesso del mio corpo, spingendomi a vivere alle mie condizioni, oltre i confini del perbenismo che mi aveva sempre soffocata.
A notte fonda Chiara mi riaccompagnò sotto casa. Ci salutammo con un ultimo bacio mozzafiato, confessandoci il sollievo di aver finalmente squarciato quel velo di paure che ci teneva sotto scacco.
Inutile dire che quella notte non chiusi occhio facilmente. L’eccitazione era troppa per lasciar spazio al sonno. Rimasi a lungo a riavvolgere il nastro di quelle ore a Castelletto e finalmente compresi l'origine di quel malessere che mi aveva tormentata per mesi: non era altro che il mio vero sentimento per Chiara che bussava alla porta. Mi ero ostinata a non aprire per via dei tabù inculcati da mia madre e per il terrore di scontrarmi con una realtà che non sapevo come gestire. Ma per fortuna a spalancare quella porta ci aveva pensato Chiara, con la forza travolgente del suo coraggio.
Per tutto il resto delle vacanze di Natale ci vedemmo ogni singolo giorno, finché un pomeriggio, rimaste da sole a casa sua, facemmo l’amore per la prima volta. Per Chiara non era un debutto: si definiva bisessuale. Aveva frequentato qualche ragazzo durante l'adolescenza, ma dopo i vent'anni aveva avuto solo brevi storie con altre ragazze, nessuna delle quali l'aveva mai coinvolta davvero. Io, al contrario, non avevo quasi esperienza: a parte la parentesi con Fabrizia, il compagno di scuola del debutto e lo scopamico, il mio corpo era rimasto un territorio per lo più inesplorato. Negli ultimi anni solo la masturbazione aveva dato un po' di sollievo al mio deserto sentimentale, e mai avrei immaginato che mi sarei ritrovata tra le braccia di un'altra donna.
La mia prima volta con Chiara fu un'esperienza di una bellezza assoluta, appassionata e travolgente. Mi fece scoprire un lato della sessualità del tutto nuovo, rivelandomi una potenza erotica e una complicità al femminile che non avrei saputo nemmeno sognare. Restare nude nello stesso letto, pelle contro pelle, unire le nostre bocche in baci senza fine e sentire il mio seno premuto contro il suo – una terza piena, generosa a differenza della mia seconda – mi diede una scossa elettrica. Mi lasciai andare, guidata dalle sue labbra che scivolavano lungo il mio collo per poi scendere lungo tutto il corpo. La sua bocca e la sua lingua esplorarono ogni centimetro della mia pelle, senza tralasciare nulla, fino a concentrarsi lì dove ero più vulnerabile e sensibile, tra le mie labbra e sul clitoride. Le sue mani toccavano ogni parte di me, stringendomi e accarezzandomi con un'alternanza di tocchi lievi e pretese più decise, fino a farmi precipitare in un orgasmo totale, consumato contro la sua bocca mentre continuava a stimolarmi.
Subito dopo provai a fare lo stesso con lei. All'inizio i miei tentativi furono goffi, traditi dall'inesperienza, ma Chiara mi guidò con dolcezza, suggerendomi i movimenti più mirati e precisi. Mi lasciai guidare dal suo respiro finché non fui io a farla vibrare, assaporando la sua intimità e stringendola a me nell'istante in cui anche lei raggiunse il culmine. Tutto questo mi proiettò in un universo parallelo fatto di passione, tenerezza e assoluta devozione; un amore che mi stava regalando una gioia profonda, una carica vitale e una forza che non avevo mai sperimentato prima.
Qualche giorno dopo, a un passo dalla fine delle vacanze, Chiara mi spiazzò con una proposta:
«Federica, vorrei presentarti ufficialmente ai miei. Cioè, li conosci già, ma stavolta come la mia ragazza».
Sul momento la sua richiesta mi stupì, ma subito dopo ne compresi il peso profondo. Mi resi conto di quanto fossi importante per lei, e lei per me, sebbene stessimo insieme da così poco tempo. Quel gesto mi fece sentire incredibilmente orgogliosa.
«Naturalmente gliene parlerò prima», aggiunse lei per rassicurarmi, «ma non ci sarà alcun problema, vedrai».
«Sono felice che tu voglia farlo», le dissi sorridendo, anche se dal mio sguardo trapelò un'ombra che Chiara intercettò all'istante.
«Cos’hai? Non sei contenta?»
«Certo che lo sono! È solo che...» esitai, abbassando gli occhi. «Sto pensando che io non potrei mai fare lo stesso con i miei. Ti ho raccontato come sono fatti».
«Sì, lo so», disse lei, stringendomi le mani. «Ma sono sicura che un giorno troverai il modo giusto per parlargliene e metterli di fronte al fatto compiuto».
«Lo spero, ma sarà un bagno di sangue. Ora, però, non pensiamoci».
Chiara mi abbracciò, quasi a volermi infondere il coraggio per affrontare quel passo che per me era una montagna invalicabile. Poi mi diede un bacio intenso sulla bocca, suggellando il nostro patto di non nasconderci più.
Il sei gennaio era il giorno fissato per il debutto "ufficiale".
Il giorno prima, vedendoci in centro, mi aveva anticipato che i suoi non avevano fatto una piega. Passato il primo secondo di sorpresa, avevano detto che ero già simpatica come amica e che, se lei era felice, lo erano anche loro. Erano sinceramente curiosi di conoscermi sotto questa nuova luce.
Quel giorno, verso mezzogiorno, arrivai a casa loro con lo stomaco stretto in un nodo di emozione. Mi venne ad aprire Chiara e, dopo un abbraccio veloce, mi guidò in sala dove poco dopo vennero a salutarmi i suoi genitori.
«Ciao Federica!» mi disse sua madre Emma, accogliendomi con un bacio affettuoso sulla guancia.
«Buongiorno signora».
«Benvenuta!» le fece eco suo padre, Raffaele, dandomi i classici due baci di cortesia. «Vieni, accomodati».
Io e Chiara ci sedemmo sul divano, di fronte a loro. Sebbene mi conoscessero, in quel momento mi sentivo profondamente osservata: avevo l’impressione che stessero studiando i miei gesti sotto una lente nuova, quella della fidanzata di loro figlia. Per fortuna l'imbarazzo durò un attimo; la conversazione si rivelò piacevole, fluida e del tutto informale. Verso la fine del pranzo, Emma mi guardò negli occhi e, con una naturalezza disarmante, disse:
«Sai, noi un po’ lo avevamo intuito, ma adesso siamo davvero felici di sapere che vi amate».
A quella dichiarazione così aperta sentii le guance scaldarsi per l'imbarazzo, ma dentro di me esplose una felicità pura: mi sentivo accolta in quella famiglia, come se ne facessi già parte. Erano riusciti a demolire ogni mia difesa. Emma, in particolare, mi invitò a considerare quella casa come mia, a muovermi in totale libertà.
Ovviamente non sarei mai stata del tutto spontanea in salotto, a meno di non trovarmi da sola in camera con Chiara. Lì dentro sì che avevo superato ogni timore, fin dalla nostra prima notte insieme. In camera sua mi sentivo completamente a mio agio, protetta da un guscio inviolabile: potevo stare scalza, in intimo o completamente nuda, sapendo che tra quelle mura si creava un mondo solo nostro, dove nessuno poteva entrare senza permesso. Proprio come accadde la sera stessa di quel sei gennaio, quando dormimmo insieme per la prima volta sotto lo stesso tetto dei suoi genitori, separati dal resto del mondo solo da una sottile porta di legno.
A Chiara piaceva prendere l’iniziativa. Non appena la porta della camera si chiuse alle nostre spalle, mi strinse a sé. Iniziammo a baciarci con foga, prima in piedi, poi schiacciate contro la scrivania, finché lei non passò a spogliarmi con un'urgenza quasi violenta, come se i vestiti fossero un ostacolo insopportabile. Mi ritrovai nuda sul letto sotto il suo corpo ancora vestito. Mi divorava i capezzoli con piccoli morsi e baci leggeri, mentre con gesti rapidi si sfilava i pantaloni. Ero in preda a una frenesia totale, stordita da quel suo modo così dominante di farmi godere. In un baleno Chiara si liberò anche della maglietta e mi scivolò addosso, pelle contro pelle.
Sapere che i suoi genitori erano nell'altra stanza non faceva che amplificare il brivido del proibito. Quell'imbarazzo eccitante surriscaldava l'aria, impregnando la stanza di una carica erotica e di una complicità travolgenti. Eravamo chiuse nel nostro mondo, un rifugio caldo e inviolabile. Nude sotto il piumone, ci stringevamo in un abbraccio continuo, scambiandoci baci infiniti e sussurrandoci mille volte "Ti amo". Il contatto con il suo corpo liscio e profumato, i lenti movimenti del suo bacino sul mio e i suoi capelli che mi sfioravano il viso mi portarono al delirio. Mentre la sua bocca indugiava sul mio seno per poi scendere lungo lo stomaco, l'ombelico e il pube, un'ondata di adrenalina mi scatenò brividi intensi lungo tutta la schiena. Arrivata in fondo, mi sussurrò un unico: «Aspetta».
Si girò sopra di me al contrario, offrendomi la sua intimità e posando la bocca sulla mia. Non appena la sua lingua accarezzò il clitoride, la scossa fu così potente che afferrai d'istinto i suoi fianchi, proiettando a mia volta le labbra contro di lei, già calda e bagnata di desiderio. Il sapore della sua eccitazione mi invase la bocca. Mentre la mia lingua la stuzzicava e le mie dita scivolavano dentro di lei seguendo il ritmo dei suoi sussurri, Chiara rispondeva tormentando il mio clitoride con precisione assoluta. Le sue dita esploravano la mia vagina, spingendosi a fondo alla ricerca del mio punto G, che trovò con un'abilità disarmante. Mi sciolsi in un misto di smanie e sospiri, incapace di opporre resistenza a un orgasmo che premeva per esplodere.
Quella sera, dopo aver fatto l’amore ancora una volta, ci addormentammo nude, strette nello stesso abbraccio. Il risveglio il mattino dopo fu di una dolcezza infinita. Eravamo sole in casa e restammo a letto a lungo, senza fretta: ci coccolavamo, ora lei sopra di me, ora io sopra di lei, guardandoci viso a viso. Passammo le ore a baciarci, a ridere, a farci il solletico e a pianificare il nostro futuro: i viaggi che avremmo fatto, lo sport, le avventure da vivere insieme. Verso le undici infilammo la doccia insieme per poi concederci una colazione lenta. Passammo il resto della giornata in assoluto relax, anche dopo il rientro dei suoi genitori. Ogni tanto il mio pensiero correva a mia madre – che chissà cosa immaginava che stessi facendo, e soprattutto con quale fantomatico fidanzato – ma per la prima volta quella presenza distante non riuscì a scalfire la mia pace.
Il giorno successivo avrebbe suonato la sveglia della realtà: Chiara sarebbe tornata in studio da suo padre e io avrei ripreso i corsi all'università, pronta a seppellirmi sui libri per i primi, difficilissimi esami di Medicina biologia, chimica e fisica medica. Eppure, sapevo che la prova più dura, il mio vero esame di maturità, non si sarebbe svolto in un'aula universitaria: consisteva nel trovare il coraggio di raccontare ai miei genitori della mia relazione con Chiara.
Così, quel pomeriggio tardi, a malincuore, salutai Chiara e i suoi per tornare a casa mia. Ci lasciammo con una promessa: sarei andata a prenderla all'ufficio ogni giorno, anche solo per condividere il tragitto verso casa sua, pronta a recuperare le ore di studio di notte.
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