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artista1969
artista1969 56  y.o.
Man
Campania, Italy
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First time Unfaithful
  • 1-on-1
  • beautiful
  • hot

LORENA

La felicità è fatta di attimi brevi che spesso ci perdiamo, distratti. Ecco: quando si è felici, bisognerebbe innanzitutto accorgersene. Lo fui, a mia insaputa, con Lorena, la donna dei sogni; quella troppo bella, capace di tenerti a distanza come davanti a un quadro che non puoi insudiciare. La conobbi da ragazzino, eravamo coetanei ed era amica di mia sorella, ma trovava sempre il modo di parlarmi perché attratta dall’arte e dal mio carattere decadente. Infilavo le parole come fossero perle, mi appendevo ai più arditi concettualismi solo per il gusto di vedere il suo viso "scolpito dagli angeli" guardarmi con quell’espressione intontita di chi ammira le cose che non comprende. Ero infatuato di lei, ma aveva il fidanzato e io non ho mai amato farmi illusioni. Spesso sbagliando.


Ci perdemmo di vista ma, nel frattempo, trovai la mia vena artistica e diedi sostanza a quelle chiacchiere di gioventù. Ci ritrovammo a ventisette anni, cresciuti. Lei era una donna bellissima: chioma riccia e chiara, splendidi occhi neri sopra un nasino perfetto. Due labbra invitanti incorniciavano un dolcissimo sorriso. Seno prosperoso e vita stretta che, di profilo, disegnava la curva perfetta di un fondoschiena da sogno su due gambe tornite, dalla linea nervosa che si stringeva sulle caviglie sottili di due piedi deliziosi. Io ero in un buon momento quel giorno: modellavo un’opera importante e i miei lavori cominciavano a essere molto richiesti. Era uscito qualche articolo su una mostra che avevo tenuto in città e che aveva fatto rumore; lei, memore dei miei racconti di gioventù, aveva sentito il bisogno di venire a congratularsi di persona nel mio studio. Portava con sé anche una notizia: lei e il suo storico fidanzato avevano deciso di sposarsi. Me lo disse puntando i suoi occhi nei miei, e io mi persi in quelle due macchie perfette di china nera. Si accorse del mio sgomento e, quasi raggiante, mi sbatté in faccia: "Ti ho aspettato per tutti questi anni, perché non sei venuto?". Non mi accorsi della mia felicità, colsi solo il rimpianto e balbettai qualcosa che non ricordo, annichilito dal suo sguardo.


Riuscii a scuotermi e mi resi conto che indossava un vestitino leggero, con una scollatura abbondante, la gonna corta e la pelle già delicatamente abbronzata. Ai piedi portava dei sandali che lasciavano ammirare le unghie smaltate con cura. Aveva portato nel mio spazio un profumo d’estate inebriante e fresco; immaginai a quanti uomini, e pure donne, avesse fatto girare la testa prima di raggiungere me. Stavolta furono i miei occhi a imbarazzare lei. Aveva colto tutta la malizia del mio sguardo e aveva avvertito il pericolo di essere finita nella sua stessa trappola. Era da me, eravamo soli e tutto il mondo era fuori, ignaro. Voleva farmi male per il tempo sprecato, perché mi aveva desiderato e io non avevo capito. Una donna come lei non dovrebbe aspettare nessuno: il mio era stato un sacrilegio. Era venuta a farmi vedere quello che avevo perso, a cui avevo oltraggiosamente rinunciato.


Però non aveva previsto la mia reazione. Non ero più un ragazzino e non scappavo dalla sua bellezza, anzi. Avevo imparato nell’arte, come nella vita, a liberare la mia passione. Cominciai a parlarle come fossimo tornati ragazzini, come piaceva tanto a lei, ma le parole che usai furono quelle di un uomo che confessava il tumulto di quel momento, senza infingimenti. Le dissi:


«Vedi, Lorena, l’arte si nasconde ovunque, anche nel velo di stoffa azzurra che leggero si posa sul tuo corpo desiderabile. E c’è arte nelle tue movenze di donna sensuale, che sa aprirsi agli occhi di un uomo per incantarlo. E io sono sempre stato incantato da te, dal colore della tua pelle, dalle mani che sto guardando e che bacierei. Incantato da quell’orizzonte disegnato dalla tua scollatura perfetta, perché da lì possono sorgere i tuoi deliziosi capezzoli come due soli dai grandi raggi rosa. Frutti preziosi da baciare, leccare e poi mordere. E poi le tue deliziose gambe, lunghe porte del paradiso, affusolate e aperte al punto giusto per farmi trasalire. E ti dico della tua bocca, quasi pornografica adesso che è socchiusa dalla tua sorpresa. E allora mi viene voglia di baciarti.»


La mia mano era già sul suo fianco, le mie labbra sulle sue. I suoi occhi stupiti e meravigliosi si lasciarono attraversare dai miei, e così fece la mia lingua, che varcò le sue labbra per incontrare la sua. Le mie mani di scultore si avvinghiarono avide sul suo corpo: una sul suo seno traboccante e duro, con l’altra alzavo il vestito per riempirmi del suo fondoschiena sodo. Sotto le dita sentivo la stoffa della sua mutandina bianca. "Cosa mi stai facendo?", riuscì a dirmi, ma non era un freno. Accompagnò lei stessa la mia mano tra le cosce per farmi sentire l’umido della sua voglia. Spostai la mutandina e infilai le dita nel suo fiore succoso. Sentii il suo gemito nella mia bocca mentre la baciavo. Ero furioso, e lei non da meno. Ci scoprimmo selvaggi.


La presi di peso e la feci sedere sul mio banco di lavoro, dove provavo a creare opere d’arte. Ora c’era lei: una scultura di carne e colori, di forme perfette che non avevano bisogno d’altro. Ma stavolta non mi limitavo a contemplarle. Vederla con il vestitino scomposto, seduta davanti a me con le gambe aperte e il bianco della mutandina già spostata a mostrare i petali del suo fiore, resterà un’immagine scolpita in me. Le scoprii i seni: dovevo dissetarmi e bramavo le sue coppe perfette; le premevo come un ossesso e succhiavo i capezzoli come un ragazzino capriccioso. Le sfilai la mutandina e mi chinai tra le sue cosce aperte. Baciai il suo piede, la sua gamba e cominciai a leccare il paradiso. Il suo profumo di donna si mescolò al sapore di femmina e potevo gustare tutto, pienamente. Sentivo la sua mano nei miei capelli: all’inizio gentile, poi selvaggiamente rapace quando la mia lingua la faceva trasalire. Succhiavo la gemma tra le sue gambe e sentivo le sue contrazioni, i suoi gemiti, la voce flebile che mi incoraggiava: "Sì, così...".


Poi mi fermó, decisa. Scese dal banco e puntó la mano sulla mia cintura. Slacciata con abilità, abbassó i miei pantaloni e si accorse del mio membro gonfio e pulsante sotto lo slip. Mi guardó con la malizia più femmina del mondo e lo abbassó lentamente, facendo scattare fuori la mia erezione, come fosse rimasta compressa in una scatola. Stavolta fu lei a chinarsi: prense il mio sesso duro in mano, soddisfatta, e lo batté sui seni sorridendomi. Fece girare la mia cappella intorno a un capezzolo e poi continuó a batterlo sul petto. Non lo bació subito, diede una leccata che percorse tutta l’asta. Poi avvolse tutto con la bocca e sentii il velluto che mi avvolse. Muoveva la lingua come un’artista, succhiava dolcemente, senza esagerare, e mi guardava per prendersi la sua soddisfazione, per vedermi perso per lei. Rare volte non ho potuto tenere gli occhi aperti dalla goduria; quella fu memorabile.


Si accorse che ero al limite e si fermò. Tornammo a baciarci, per prepararci al gran finale. Si appoggiò sul banco inarcando il suo culo da statua per essere presa da dietro. Come uno schiavo felice, portai la mia bocca nel suo solco delizioso. Diedi lunghe leccate che attraversavano tutto: i petali di carne, il piccolo centro. Gradiva, e tanto. Fu perentoria quando disse: "Chiavami!".


Entrai dentro di lei come nel burro. Era fradicia di desiderio, e io di più. Il battito dei due corpi l’uno nell’altro riempì lo studio. Le presi i capelli e, come fossero redini, cominciai a montarla come una puledra. Impazzivo, e lei con me. Preso dalla frenesia, cominciai a darle qualche schiaffo sulle natiche. La scatenai. Esplose in un amplesso che mi inondò. Urlò il mio nome più volte. Poi si girò repentina, sfilandosi dal mio membro e prendendolo di nuovo tra le mani. Continuò il pompino perfetto che aveva cominciato. Durò ben poco: ero già al limite ed esplosi anche io. Sentivo tutto il mio seme scorrere nella sua bocca e lei che mi stringeva i testicoli per pomparsi tutto in gola, fino all’ultima goccia.


Ero sfinito, avevo il cuore in gola e lei, alzandosi, mi mostrò la bocca piena di me. Ingoiò guardandomi negli occhi. Si infilò la mutandina e si riassettò, bellissima nei suoi gesti misurati. Vederla rivestirsi mi eccitò di nuovo e mi avvicinai, ma lei mi allontanò. Le dissi con un filo di voce: "Non sposarti". Puntai tutto su quella piccola frase. Credevo bastasse. Disse il mio nome e subito dopo: "Ti amo, ti amo proprio. Ma devo sposarlo".


Se ne andò, bellissima com’era venuta. Io cercavo di realizzare quanto successo, ma non ci riuscivo. Per lungo tempo ho ricordato questa storia con amarezza. Oggi, condividendola, credo di aver recuperato un giorno di felicità che mi ero perso.

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