Il mio studio di registrazione, di notte, è un posto diverso.
Di giorno è tecnica, livelli, cavi, errori da correggere. Ma la sera… la sera diventa uno spazio sospeso. Le luci calde, il silenzio ovattato, i suoni che sembrano galleggiare nell’aria anche quando tutto è spento.
Quella sera stavo sistemando una traccia, senza davvero ascoltarla, quando sentii la porta aprirsi piano.
Non serviva girarmi per sapere che era lei.
La mia donna.
“Sei sempre qui a nasconderti?” disse, con quel tono leggero che sembrava innocente ma non lo era mai davvero.
Mi voltai.
E per un attimo dimenticai cosa stessi facendo.
La parrucca bionda le cadeva sulle spalle con una precisione quasi irreale. Le calze autoreggenti azzurre spezzavano la penombra con un colore delicato ma impossibile da ignorare. Non era solo come appariva… era il modo in cui abitava quel corpo, quella sicurezza fluida, come se ogni suo gesto fosse già deciso prima ancora di accadere.
La luce: quell’arancione che illuminava la tua pelle rendendola ancora più liscia e attraente.
“Non mi aspettavi?” chiese.
“Non così,” risposi.
Lei sorrise appena, poi entrò del tutto, chiudendo la porta dietro di sé con un clic morbido che sembrò segnare un confine. Fuori il mondo. Dentro… qualcos’altro.
Appoggiò una borsa sul divano, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo. Io invece sentivo il tempo accelerare il mio cuore cominciavo a sentirlo battere forte.
“Stasera lavoriamo… o giochiamo?” disse, guardando le luci della console.
Non risposi subito.
Lei si avvicinò.
“Lo sai che non devi sempre decidere tu,” aggiunse piano.
E in quel momento capii che non avrei deciso niente.
Fu lei a prendere il controllo, ma non in modo brusco. Era una guida, non un’imposizione. Una direzione che mi invitava a seguire, più che a cedere.
Aprì la borsa e tirò fuori una parrucca chiara, quasi bianca.
“La metti,” disse semplicemente.
Non era una domanda.
Esitai solo un secondo. Poi annuii con un sorriso leggero misto a malizia.
Si avvicinò, sollevò le mani e iniziò a sistemarla su di me. Le sue dita sfioravano la mia fronte, le tempie, la nuca… ogni contatto durava appena abbastanza da essere percepito, ma non abbastanza da essere ignorato.
“Così,” sussurrò. “Adesso ci siamo.”
Mi guardò come se mi stesse vedendo per la prima volta.
Io invece non sapevo più bene chi stessi guardando, una visione?
“E le calze?” disse.
Deglutii.
Annuii ancora.
Quando le indossai, sentii qualcosa cambiare. Non fuori… dentro. Una specie di esposizione, ma anche di libertà. Come se stessi lasciando cadere una versione di me per indossarne una più fragile, più vera.
Lei fece un passo indietro, osservandomi.
“Sai qual è la differenza tra noi due, qui?” chiese.
Scossi la testa.
“Che io non ho paura di guardarti,” disse.
E lo faceva davvero. Senza fretta, senza giudizio. Solo presenza.
Accese una musica lenta e profonda . Le basse frequenze riempirono la stanza, vibrando appena sotto i piedi.
“Muoviti,” disse.
“Come?”
“Come senti.”
All’inizio era imbarazzo. Poi, lentamente, qualcosa si sciolse. I movimenti diventarono meno pensati, più istintivi. Lei si avvicinò, si muoveva attorno a me, non per guidarmi direttamente… ma per influenzarmi,
come una corrente invisibile.
Ogni tanto mi sfiorava. Un braccio, una spalla, la schiena.
Piccoli contatti, ma carichi di significato.
“Vedi?” disse piano. “Non è questione di essere uno o l’altro.”
Si fermò davanti a me.
“È questione di permettersi di essere.”
Il suo sguardo era intenso, ma non duro. Dominante, sì… ma con una dolcezza sottile, come se stesse proteggendo quello spazio tanto quanto lo stava creando.
mi sentivo a casa ma una casa non fatta di muri ma di cuore.
“Ti fidi?” chiese.
Questa volta non esitai.
“Sì.”
Lei sorrise.
E in quel sorriso c’era tutto: il gioco, il rischio, la complicità.
La musica continuava a scorrere. Il mondo fuori non esisteva più.
E dentro quello studio, tra luci soffuse e suoni bassi, non eravamo più le persone di sempre.
Eravamo qualcosa di più libero. Più vero. Più pericolosamente vicino a ciò che, forse, avevamo sempre evitato di essere.
La musica cambiò quasi senza che me ne accorgessi.
Non fu lei a toccare la console. O forse sì, ma in quel momento mi sembrò che fosse la stanza stessa a respirare con noi. Le frequenze basse si fecero più avvolgenti, come un battito condiviso.
Io ero lì, con quella parrucca chiara, le calze bianche che mi facevano sentire scoperto e stranamente centrato, mentre lei mi osservava come se stesse leggendo qualcosa sotto la superficie.
“Adesso smetti di muoverti,” disse piano.
Obbedii.
Il silenzio tra una nota e l’altra si allargò.
Lei fece un passo avanti.
Poi un altro.
Fino a essere a pochi centimetri da me.
“Non devi fare nulla,” sussurrò. “Solo restare.”
Restare.
Per me essere fermo era la cosa più difficile.
Perché restare significava sentire tutto: il battito accelerato, il respiro che cercava un ritmo, quella tensione sottile che non aveva più nulla di fisico e tutto di mentale.
Mi sollevò una mano e la portò vicino al mio viso, senza toccarmi.
“Qui,” disse, indicando la fronte. “È qui che succede davvero.”
Chiusi gli occhi.
Non so perché. Forse perché il suo sguardo era troppo magnetico
O forse perché stava succedendo qualcosa che non aveva bisogno di essere visto.
“Segui il mio respiro,” disse.
Inspirò lentamente.
Io feci lo stesso.
All’inizio era imitazione. Poi, piano, divenne sincronizzazione.
Inspirare. Espirare.
Ancora.
E ancora.
Le differenze si ridussero fino quasi a sparire.
“Adesso non pensare a me,” continuò. “Pensati… dentro di me.”
Le sue parole scivolarono in un punto della mente dove non avevo difese.
Era assurdo. Eppure funzionava.
La immaginai. Non davanti a me… ma come se fosse nella mia testa. I suoi movimenti, il suo modo di osservare, quella sicurezza morbida.
E poi successe qualcosa di strano.
Non ero più sicuro di dove finissi io e dove iniziasse lei.
“Lo senti?” sussurrò.
Sì.
Non era un contatto. Non era un gesto.
Era un allineamento.
Come se due pensieri separati avessero trovato la stessa forma, lo stesso ritmo, lo stesso spazio.
La musica sparì.
O forse eravamo noi ad averla superata.
Il tempo si dilatò.
Ogni sensazione diventò più nitida e più distante allo stesso tempo.
“Non serve il corpo,” disse, quasi impercettibile. “Il corpo arriva dopo. Qui… è già tutto.”
E in quel momento lo capii.
Quella tensione, quell’attesa, quel gioco di ruoli—dominante, sottomesso—non erano che strumenti per arrivare lì. A quel punto preciso in cui non c’era più controllo da esercitare né da cedere.
Solo connessione.
Pura, diretta, inevitabile.
Aprii gli occhi.
Lei era lì.
Ma non era più solo “lì”.
Era anche dentro quel flusso che stavamo condividendo.
“Adesso sì,” disse, con un filo di voce.
Non aggiunse altro.
Non ce n’era bisogno.
Perché quello che stava succedendo non aveva più bisogno di parole, né di movimenti.
Era completo così.
Un amplesso senza corpo.
Un punto in cui due identità si sfiorano così a fondo da confondersi, senza perdersi davvero.
E quando, lentamente, il suono tornò, e con lui il peso della realtà…
rimase quella sensazione.
Non di aver fatto qualcosa.
Ma di essere stati, per un attimo, la stessa cosa.
Un solo spirito, una sola anima e poi…..
Se queste parole hanno fatto vibrare qualcosa in te, sappi che ogni storia ha bisogno di un finale... o di un nuovo inizio. Se sei una donna che sa andare oltre la superficie, la mia voce ti aspetta.Scrivimi! Roby
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