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UNA SERATA DA LUCIFERO (parte seconda)

Seduti a quel tavolino, la musica azzerava i discorsi; ogni pensiero esigeva che le nostre bocche arrivassero a sfiorare l'orecchio dell'altro. I miei sguardi continuavano a precipitare nella sua scollatura, e qualsiasi frase pronunciassi era solo un paravento per nascondere l'unico, reale desiderio. Marta, al contrario, sembrava grata di quel silenzio forzato. Aveva gli occhi piantati sulla pista, e quel suo guardare altrove finì per tapparmi la bocca. Intorno a noi, corpi maschili e femminili si muovevano a ritmo, cercandosi in un erotismo esplicito, mentre ai tavoli l'intimità si consumava senza chiedere il permesso a nessuno. Sotto i lampi stroboscopici, il Lucifero sembrava davvero una bolgia pagana, un inferno di buio e luce dove la carne celebrava se stessa. Marta scrutava la folla, cercava qualcosa, e il fatto che non mi guardasse più cominciò a ferirmi. Ero diventato invisibile nel giro di un brindisi.


"Aspetti qualcuno?"le dissi, nel tentativo di colpire il suo distacco.


Si voltò di scatto, sorpresa dalla mia durezza.


"No. Anzi, volevo ringraziarti di essere qui. Non puoi immaginare quanto mi faccia piacere".


Credetti di aver raddrizzato il timone e decisi di affondare il colpo, giocando la carta della sincerità:


"Sei magnifica stasera, Marta. E sei la sorpresa più grande che mi sia capitata".


Presi fiato, pronto a rovesciarle addosso tutto il peso della mia attrazione, ma lei mi troncò sul nascere, gelando l'aria:


"Non correre". 


Si alzò di scatto, intimandomi di aspettarla: doveva parlare con qualcuno nel locale e mi avrebbe spiegato tutto più tardi. Prima di sparire nella calca, mi stampò un bacio improvviso sulle labbra, lasciandomi un ordine a fior di pelle:


"Non andare via".


Non ci pensavo affatto. Ordinai un altro rum e, invece di rintanarmi nell'ombra del tavolo, scesi in pista. Per chi vive dietro una console è raro ballare, ma l'alcol in circolo, la musica e il sapore di Marta mi avevano messo addosso una foga nuova. Un uomo maturo si affiancò intercettando il mio ritmo; lo assecondai senza pensarci, mentre le due ragazze che prima si baciavano si unirono a noi, trascinando il resto della pista. Era la musica di Madonna, al massimo volume, a farci ballare dentro l'inferno del Lucifero.


La pista alimentava la mia determinazione. Al suo ritorno avrei agito: quel bacio improvviso, rimasto a bruciare sulle labbra, era il mio lasciapassare.


Invece il tempo passava a vuoto. Mandai giù un altro rum e iniziai a cercarla per tutto il locale, muovendomi come un fantasma tra la calca. Di Marta nessuna traccia. Sentivo le emozioni fare l'altalena nello stomaco, un saliscendi di rabbia e desiderio che mi spinse quasi ad andarmene. Poi ricordai che il suo blazer nero era ancora là, abbandonato al tavolino; io ne ero il custode.


Mi placai e tornai mesto al mio posto. Dalla console adesso passavano gli Alphaville; era l'ora dei lenti, quella in cui i locali notturni iniziano a mostrare le macerie della festa. Fissavo quella giacca scura ripiegata sulla poltrona. Sembrava un'ombra. La sua ombra: un perimetro vuoto, nero e indefinibile.


Poca gente in pista, ormai; tutti erano sui divani, ombre contorte come il blazer di Marta. Continuavo a bere per stordirmi, per perdermi. Chiusi gli occhi per far entrare la musica, il mio balsamo.


Sentii il bicchiere sfilarmi dalle mani. Riaprii gli occhi: Marta era tornata, indemoniata. Poggiò il vetro sul tavolino e sollevò la gonna stretta per cavalcarmi. Nel movimento delle gambe, il flash di un faretto benedetto mi mostrò il bianco della mutandina. Si mise a cavalcioni sul mio desiderio, inginocchiata sullo stesso divano, di fronte a me. Mi baciò con foga; sentii per la prima volta il suo sapore, mentre lei assaggiava il mio, corretto al rum. Le lingue si intrecciarono e le mie mani persero ogni controllo. Le premevo il petto e lei spingeva sul loro dorso. Lo voleva, voleva di più.


Si staccò un attimo, il tempo di allargare la scollatura e offrirmi i capezzoli, che iniziai a prendere in bocca, assetato. Mi teneva le mani inchiodate tra i capelli, guidando il mio impeto. La pienezza delle sue forme era una delizia per le mie mani di scultore; i capezzoli turgidi sotto le mie labbra esigevano una fame senza freni. E così feci. Lei strusciava il sesso coperto contro i miei pantaloni, esasperando l'erezione. Eravamo persi. Entrambi. Nessuna parola, solo un avvinghiarsi di bocche e di dita che allungavo sulle cosce tornite, sui muscoli in trazione, fino alle caviglie e ai piedi nervosi.


"Adesso alzati" mi ordinò con sicurezza.


Sapeva che non avrei fatto domande. Si staccò da me, mi alzai e lei fece lo stesso, con il petto ancora scoperto, sensuale quanto la schiena che offriva all'indifferenza degli altri. Si chinò, mi slacciò la cintura e mi buttò giù i jeans. Il mio slip era gonfio, già umido di voglia. Abbassò anche quello, guardando soddisfatta la mia carne saltare fuori, dura e pulsante. 


Al tocco delle sue labbra chiusi gli occhi: sentivo solo lei, la sua passione, la sua abilità. Quando li riaprii, vidi ai miei piedi la sua ombra felina, colorata a intermittenza dalle luci, che sembrava guardarmi. Allungai una mano per premerle il seno, poi l'altra tra i capelli per spostare una ciocca, per assecondare il ritmo con cui mi succhiava il desiderio.


Il piacere mi faceva cedere le gambe, quando, proprio in quel momento, le luci del locale si accesero. Mi paralizzai. L'illusione della notte si squarciò all'improvviso. Sui divani intorno, i neon illuminavano corpi seminudi ancora avvinghiati, che continuavano a fare l'amore senza curarsi di dare spettacolo. Contro un pilastro, una donna urlava il proprio orgasmo, sopra una ragazza piegata tra le sue cosce. Fu un istante assoluto, una Sodoma e Gomorra rivelata dalla luce bianca dei tubi al neon. Solo un istante, perché Marta, immune a tutto il resto, non accennava a fermarsi; e io stesso, stretto tra il delirio della sua bocca e il rum che mi incendiava la testa, ricominciai ad accompagnarla, affondando le dita tra i suoi capelli.


Anche la musica era finita, ma continuavano a sentirsi i battiti dei corpi, i gemiti sordi dei godimenti. Nell'aria ristagnava un misto di profumi, odore di umori e di voglia. Guardai Marta negli occhi: sentivo l'orgasmo ormai imminente, e lei non aspettava altro. Ebbi appena il tempo di avvisarla, ma lei non tolse la bocca. Al contrario, serrò le labbra e aumentò il ritmo della mano e della testa, fino a farmi godere come un selvaggio. Non perse una goccia. Tirò fuori la lingua per mostrami il mio stesso seme, poi si alzò e si avvicinò a due ragazzi che si stavano masturbando su un divano nascosto poco distante.


Erano i suoi due amici, quelli che l'avevano baciata all'ingresso, appostati lì a godersi il film di cui ero stato il coprotagonista inconsapevole. Con la lingua ancora bagnata di me, li baciò entrambi sulla bocca; al contatto delle sue labbra, tutti e due vennero, senza staccare gli occhi dai miei.


Mi resi conto di avere i pantaloni abbassati, il sesso ancora scoperto ed eretto: ero diventato lo spettacolo della serata. Lo sfinimento svanì in un colpo solo, sostituito da una vergogna violenta. Mi tirai su gli slip e i jeans in fretta, tra risolini soffocati e qualche timido applauso dal buio. Guardai Marta, che continuava a baciarsi con uno dei due.


"Sei una stronza!"le urlai.


Feci per andarmene, ma lei mi rincorse, bloccandomi lungo il corridoio.


"Stammi a sentire, stronzetto. Credi davvero che il mondo ti giri intorno? Come quando al mattino in Accademia mi racconti di quelle troiette che riesci a scoparti solo per far colpo su di me? Che noia sentirti, se sapessi! Stasera ti ho ringraziato per essere venuto perché mi occorreva un accompagnatore. Qui le donne non scendono se non sono accoppiate. Avevo litigato con tutti i miei amici, soprattutto con il mio preferito. Quando ti ho lasciato al tavolino, ero dentro un separé a chiarirmi e a scopare con lui. Poi gli ho fatto un regalo. Tu. Ma non puoi lamentarti: non sono persa di te, e ti ho fatto un pompino solo per compiacere lui. Ne hai goduto anche tu. Forse come mai nella tua vita.


La rabbia mi pervadeva, ma dopo quella sfuriata mi accorsi di non avere più parole. Non avevo nemmeno ragione; ce l'aveva lei. Presi il coraggio necessario per salutarla senza disprezzo, guardandola negli occhi:


"Buonanotte, Marta. Ci vediamo lunedì in Accademia. Ti offro il caffè".


E andai via, da solo, nella luce fredda dell'alba.


 

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