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La storia di Emma

Michele, il fratello maggiore di Aldo, era diventato parte integrante della loro famiglia dopo la scomparsa di Luisa, la madre che si era sempre dedicata a lui. La sua presenza non gravava, anzi. Era un uomo tranquillo, ordinato, con poche esigenze, legato a una routine che gli garantiva equilibrio.

Un uomo speciale, intrappolato in una dimensione infantile. Nonostante i quarant’anni, conviveva con un disturbo dissociativo dello sviluppo che lo ancorava a comportamenti tipici dell’infanzia.

Quando Aldo propose ad Emma sua moglie di accogliere Michele in casa, erano ancora sposi novelli, la casa ,i suoi mobili, avevano quell’inconfondibile odore di nuovo. Lei, sempre generosa d’animo, accettò senza esitazioni. Amava suo marito e in maniera diversa amava anche Michele, risvegliava in lei quell’istinto di soccorso che l’aveva sempre guidata, lo stesso  istinto che tra i mille impegni l’aveva portata a fare tanto volontariato,  proprio durante un attività di volontariato i tre si erano incontrati.

Emma e Aldo si erano innamorati, lei bellissima e disponibile, lui, rappresentava tutto quello che cercava in un uomo, presenza fisica, carattere volitivo, e una buona posizione sociale ed economica.

Aldo aveva trovato in Emma non solo una bellissima donna ma, una compagna piena di passione, di curiosità ,di voglia di vivere.

Cosi ,dopo tre anni di frequentazione decisero di sposarsi e andare a vivere assieme e prima che l’anno volgesse al termine, dopo il lutto che aveva segnato la loro famiglia, il fratello di Aldo si era unito ,non certo come ospite indesiderato, al loro menage familiare.

Michele aveva le sue manie, la sua confort zone , proprio per la sua condizione era inviolabile. Metodico, ossessionato dall’ordine, dai dettagli e dagli schemi. Emma, al contrario ,agente del Caos, disordinata per natura, per quanto fosse a volte frustrante confrontarsi con quelle che lei considerava, stravaganze, cercò di guardare il lato positivo della loro convivenza.

Le cose per il cognato non erano fatte bene se a farle non era lui, e lei che non si era mai sentita portata a fare le faccende di casa, a ricoprire il ruolo della casalinga perfetta,  trovò un vantaggio personale nell’accettare il suo aiuto nella gestione della loro vita quotidiana. 

La casa era impeccabile, Michele la supervisionava in tutto, dal modo di rifare i letti alla cucina. Emma giocando di astuzia , il più delle volte lasciava che fosse lui a finire i suoi compiti. Aldo, visto il legame crescente che andava formandosi tra moglie e fratello, non poteva che esserne felice. Sembrava un ménage familiare in perfetta armonia.

La convivenza, però, portò anche qualche incidente imbarazzante tra Emma e il suo ospite. Michele , come molti di coloro che vivono la sua condizione, non conosceva il concetto di privacy, di spazio personale, entrava spesso in camera nei momenti meno opportuni,  in bagno senza bussare. Col tempo il cognato, l’aveva vista in situazioni intime svariate così spesso che lei stessa finì per perdere parte del proprio pudore, la presenza di Michele era diventata un elemento neutro, del tutto familiare, quindi mostrarsi al cognato ,semi-nuda o completamente nuda, sotto la doccia o seduta sul water, aveva perso ormai ogni fonte di imbarazzo.

Emma non era mai stata una ragazza pudica, tutt’altro. Era perfettamente consapevole della propria bellezza, dell’ascendente che esercitava sugli uomini e di come la sua sola presenza potesse spostare il centro di gravità di una stanza, attirando gli sguardi su di lei. Da quando il suo corpo aveva abbandonato i tratti della fanciullezza per diventare quello di una giovane donna, aveva imparato che mostrare i doni che madre natura le aveva concesso, di come giocare con gli uomini e promettere delizie, spesso le apriva porte che le rendevano la vita più semplice.

Era cresciuta senza un padre. Rosaria, sua madre, era rimasta incinta molto giovane, l’aveva cresciuta da sola. Per un pò avevano vissuto a casa dei nonni prima di lasciarla, non aveva molti ricordi di loro, il rapporto tra loro e sua madre erano complicati. In compenso, figure maschili non erano mai mancate. Poche, Emma, avrebbe potuto definirle paterne, o anche solo una parvenza capace di vivere tale ruolo, in casa loro gli uomini si alternavano nella camera da letto della madre, con la stessa frequenza con cui Rosaria cambiava le lenzuola.

Fin da bambina Emma era stata testimone di quel via vai. Vedeva ogni uomo che entrava e usciva da casa loro, osservava come Rosaria mutasse a seconda di chi la corteggiava, come con astuzia ,li seducesse, come li facesse girare attorno a sé per ottenere ciò che le serviva, concedendo solo ciò che voleva. E alla fine, quando non le erano più utili o avevano smesso di essere interessanti, gli dava il ben servito.

Crescendo, Emma aveva finito per imitare sua madre più di quanto avrebbe mai ammesso. Non perché la considerasse un modello, ma perché quel modo di muoversi nel mondo era l’unico che aveva visto all’opera. Aveva imparato presto che un sorriso calibrato, un gesto studiato, un accenno di pelle mostrato al momento giusto potevano sciogliere resistenze, ottenere favori, aprire porte. Era un linguaggio che le veniva naturale, come se lo avesse assorbito nell’aria della loro casa.

Emma amava stare al centro dell’attenzione, amava mostrarsi, amava sedurre.

Dietro quell’esibizionismo c’era però un bisogno più profondo, quasi infantile: la ricerca costante di approvazione, di conferme, di uno sguardo maschile che la vedesse e la convalidasse. Ogni volta che un uomo la desiderava, Emma sentiva per un istante di valere qualcosa, come se quel desiderio colmasse un vuoto che non aveva mai saputo nominare.

Eppure, accanto a quella donna manipolatrice e seduttiva che era diventata, conviveva in lei una generosità autentica. Forse era un modo per riscattarsi, per dimostrare a se stessa di non essere solo ciò che aveva imparato da Rosaria. Per anni aveva fatto volontariato, dedicando tempo e energie a chi non poteva ricambiare nulla. In quei gesti gratuiti trovava una forma di pace, una tregua dal bisogno di piacere a tutti i costi. Era il suo modo di sentirsi diversa da sua madre, o almeno di provarci.

Emma , fin dal loro primo incontro, aveva sempre percepito il cognato Michele come una presenza sospesa, un uomo che sembrava vivere in bilico tra forza e fragilità. Forse era proprio quella crepa a richiamarla. Con lui non si sentiva solo desiderata, ma necessaria. E questo, per lei, era sempre stato più pericoloso del desiderio.

Michele era un uomo, e come ogni uomo poteva offrirle quello sguardo che la faceva sentire viva, confermata, vista. Ma era anche vulnerabile, e quella vulnerabilità risvegliava in lei la parte che cercava di salvarsi, a dare senza chiedere nulla in cambio. Con Michele le due spinte si fondevano, si intrecciavano fino a diventare indistinguibili. Sedurlo e accudirlo le sembravano, per la prima volta, la stessa cosa.

Emma amava suo marito con tutta se stessa, Aldo rappresentava la parte migliore della sua vita, quella stabile, pulita, quella che l’aveva salvata dal caos in cui era cresciuta, da una vita un pò dissoluta, fatta di tanti uomini e di tante esperienze, non tutte piacevoli che a volte l'avevano portata al limite, fino a fissare l'abisso oscuro nel profondo della sua anima. Con lui si sentiva al sicuro, protetta. Aldo era il benessere, la scelta adulta, la promessa di una vita diversa da quella di Rosaria, sua madre.

Suo cognato, invece, era tutto ciò da cui avrebbe dovuto tenersi lontana. Fragile, incerto, bisognoso. E proprio per questo, irresistibile. In lui Emma riconosceva qualcosa che la chiamava da dentro, sussurrava costante dal suo ventre, una fame antica, un bisogno di essere vista e insieme essere utile, usata persino. Restare per quanto più tempo fosse possibile, indispensabile, indimenticabile. Michele era un uomo, anche un bell’uomo, e il desiderio che spesso le manifestava, la confermava. Unto da una  vulnerabilità, che la spingeva a prendersene cura, come se accudirlo potesse redimerla, dai suoi pensieri lascivi che il proprio lui le scatenava, pensieri che Michele aveva spesso dimostrato di condividere per lei.

Sapeva che, nonostante la sua innocenza apparente, Michele restava un uomo, sensibile a certe grazie, facile da indurre al peccato. Le aveva rivolto complimenti sempre più espliciti, a volte persino volgari. E lei, pur sapendo che non avrebbe dovuto, ne era lusingata. Aldo la amava, era premuroso ,gentile, presente, ma non era incline ai complimenti, ne alle manifestazioni di affetto in pubblico, il fratello ,la sua antitesi.

Quelle attenzioni, anche se infantili, colmavano un vuoto che lei non aveva mai ammesso del tutto.

Michele, visto quanto la cognata appariva disponibile, passò in fretta dalle parole ai gesti.

All’inizio lei non diede peso a certe manifestazioni di affetto eccessivo. Abbracci troppo lunghi, mani che scivolavano dove non avrebbero dovuto, baci vicini alle labbra, cose per cui Emma non riusciva a restare indifferente, la sconvolgevano, la lasciavano, confusa e eccitata, combattuta tra ,il ruolo familiare e l’istinto di donna. 

Michele in quella sua manifestazione sembrava irrefrenabile, nemmeno la presenza di altre persone sembrava frenarlo.

Una mattina, molto presto per gli standard di accoglienza, davanti a sua madre Rosaria e al nuovo compagno di lei ,Vittorio un elegante signore sulla sessantina, venuti a trovarla, Michele superò ogni limite. Aldo era sotto la doccia, si stava preparando per andare in azienda, Emma dopo averli accolti, vista l’ora del mattino, stava facendo colazione con gli ospiti, indossando qualcosa che avrebbe dovuto avere altra funzione, quella di trascorrere una notte di romantica passione con il marito. Sotto alla seta sottile di quel capo di biancheria, indossava un completino intimo audace, nero come la notte, minimale per la poca stoffa utilizata per confezionarlo, fatto di pizzi tulle e trasparenze, che la esponeva, lasciando ban poco all’immaginazione. 

Ma quella sua premura verso il marito non aveva avuto effetto, Aldo si era detto troppo stanco e l’aveva lasciata a bocca asciutta.

Sua madre non si scandalizzava di certo nel vederla cosi, e il compagno sembrava compiaciuto dal vedere una bella e giovane donna mostrarsi in quel modo. Michele, da canto suo, vista la cognata vestita in modo che sembrasse un palese invito,  reagì in un modo che forse lei avrebbe dovuto prevedere. Mentre parlavano, appoggiati alla penisola in marmo della cucina, le si avvicinò, si pose dietro di lei, la afferrò per i fianchi e, in un gesto istintivo e inappropriato, all’inizio leggero, come se dovesse apparire involontario, o un gioco, ma poi sempre più esplicito, le impose l’erezione che la donna gli aveva provocato, tra le natiche ,deliberatamente esposte dopo aver sollevato il margine della vestaglia e con movimento pelvico, imitò un atto che non avrebbe mai dovuto esistere, tra parenti, anche se acquisiti. Emma rimase immobile impalata dal cazzo del cognato, con solo il sottile strato della biancheria intima ad impedire la penetrazione, frastornata, sorpresa, combattuta tra l’imbarazzo e una reazione del corpo che la colse alla sprovvista.

Quel gesto inatteso , o forse cercato, la faceva sentire violata, si umiltà, ma le accese un desiderio che non poteva negare, desiderio figlio più della frustrazione accumulata dalla mancata notte di intimità con suo marito.

E mentre il cognato si muoveva frenetico dietro di lei, tenendola prepotente ferma per le braccia, piegata in avanti sul ripiano della cucina, impotente, sentiva il calore salirgli tra le cosce, accenderle l’addome, il petto e in fine il viso.

Fu sua madre intuendo che l’apparente scherzo dell’uomo stava andando troppo oltre a intervenire.

Fece il giro del ripiano e con un gesto deciso li separò.

Il gesto della madre fu irruento e risolutorio.

Emma ritrovatasi improvvisamente libera, senza il peso dell’uomo che la teneva ostaggio, perse l’equilibrio e fini per terra, proprio davanti al cognato nel momento in cui dal suo cazzo ormai fuori dal pantalone sgorgava abbondante il seme, che andò a raccogliersi sul suo viso.

Tutti rimasero in silenzio, Michele, colto dall’ansia di chi realizza di aver commesso un errore, scappò via, Rosaria aiuto la figli a rialzarsi, Vittorio sembrava incredulo per quello che era appena avvenuto, ma anche divertito. un attimo dopo Aldo entrò in cucina e si si rese conto che qualcosa non andava.

Rosaria, subito corse ad abbracciarlo, e lo rassicurò che non era successo nulla di grave, che sua figlia era scivolata ma non si era fatta niente di serio. Seguì un silenzio imbarazzato, nessuno parlò. Vista la condizione di Michele , l’episodio venne archiviato come l’ennesima stranezza, un bizzarro incidente.

Ma non fu l’ultima.

Michele , oscillava tra rispetto e desiderio nei confronti della cognata, sembrava determinato a rubare al fratello qualcosa che non gli poteva essere concesso ed Emma, si dimostrava sempre meno capace di gestire il suo entusiasmo.

Una sera, tornando da una cena con amici, lei aveva bevuto troppo. Soffrendo il mal d’auto sedette dietro, accanto a Michele, mentre Aldo guidava. Nel dormiveglia, complice l’alcol, l’euforia della bella serata appena trascorsa, la donna si lasciò andare a gesti affettuosi che non avrebbe mai compiuto da sobria. Michele rispose come avrebbe fatto non un familiare, ma come un amante, mentre il marito testimone dei fatti scambiava quello che vedeva dallo specchietto retrovisore come un semplice eccesso di affetto, Emma ,ridacchiando e lanciando urletti sommessi, mentre le mani del cognato si muovevano ovunque su die lei, non lo fermò.

La mattina dopo, Emma si sveglio distrutta, con due aspirine cercò di combattere un feroce mal di testa post-sbornia.

Andò in bagno e dopo aver espletato la sua quotidiana routine di igiene, seduta sul water intenta a svuotare la vescica che sembrava doverle esplodere per l’urina e l’aria che si era accumulata al l’interno della propria vagina, si sorprese nello scoprire quanto fossero bagnate la mutandine in pizzo che indossava, il tassello del cavallo era intriso di umori ancora tiepidi.

Facendo maggiore attenzione si rese conto che non si trattava solo quello, le labbra del suo sesso erano leggermente più gonfie del solito, arrossate da un afflusso di sangue che non si era ancora del tutto ritirato. La pelle, più sensibile del solito, le dava una sensazione di umidità residua, come se il corpo trattenesse ancora un calore interno difficile da dissipare.

Incuriosita allargo le gambe e la osservò meglio separando le pareti con le dita, ogni movimento le restituiva un lieve indolenzimento.

L’interno arrossato, presentava una dilatazione che non era dolorosa ma evidente, una sostanza liquida simile ad uno sciroppo le colava dall’interno le secrezioni della sua vagina erano sempre abbondanti ma, quello era qualcosa di diverso qualcosa che aveva gia visto, le appiccicò le dita, lo osservò se lo portò al naso per darne una definizione, ma non riusciva ad esserne certa. 

Non era la prima volta che si svegliava in quello stato di certo, ma di solito era la condizione seguente ad un coito con Aldo, alla masturbazione con gadget mattutina a cui era avvezza o ad un sogno molto vivido,  eppure non aveva memoria di nessuno di essi. 

Confusa, non riuscendo a trovare una spiegazione, saltò sul bidet li accanto e si diede una rinfrescata, poi torno al suo programma per la mattina.

Prima di uscire dal bagno prese a caricare la lavatrice,  tra il mucchio di vestiti sporchi, infilò anche cio che indossava, restando nuda, scoprendo di avere dei lividi intorno ai capezzoli, resi molto sensibili, come dopo una lunga manipolazione e sul collo, di cui non sapeva definire l’origine.

Torno al suo impegno, trovò sui leggings push-up neri che aveva quella sera tracce inequivocabili di qualcosa che non avrebbe dovuto esserci, qualcosa che riconobbe subito dall’odore e dalla consistenza ancora appiccicosa.

Era lo sperma di uno sconosciuto sparso abbondantemente proprio li ,su quella porzione di tessuto, in cui era stato celato il solco delle sue natiche e il pube. 

Un ansia le prese a formarle un nodo in gola, qualcosa era succeso ma, non ne aveva memoria.

Non disse nulla. Non riusciva a ricordare cosa fosse successo quella notte. Scelse il silenzio.

Michele, per motivi che Emma ignorava divenne più audace, come se testasse i confini della sua disponibilità o ne cercasse una continua conferma.

Lei cercando di essere più forte del richiamo a cui il cognato la invitava, faceva di tutto per resistergli.

Una mattina, tornando dallo shopping, lo trovò nella propria camera da letto, disteso sul suo letto intento a masturbarsi. 

La scena la paralizzò. 

Michele era immerso in un gesto privato a cui lei non avrebbe dovuto assistere, ma a cui era fatta testimone attraverso la porta socchiusa, era lo sfogo di un sentimento,  immaturo e al tempo stesso carico di un desiderio che lei non aveva mai voluto vedere così chiaramente e ora era li palese davanti ai suoi occhi. 

Nudo dalla cintola in giù nella penombra della camera da letto sua e di suo marito, il cognato deliziava con l’aroma conservato nel tessuto delle sue mutandine . Ne stringeva alcune tra le dita, le portava al viso, annusava la fragranza con una devozione quasi infantile. Altre mutandine erano strette nell’altra mano, con esse si muoveva con foga crescente sulla sua erezione, come se cercasse di afferrare qualcosa che gli sfuggiva. Emma Rimase immobile sull’uscio della mia camera, trattenendo il respiro, scioccata e al contempo attratta da quello spettacolo. All'apice di quel piacere, il corpo del cognato si irrigidì in un fremito improvviso. Un gemito basso, quasi un sospiro spezzato, un lamento, un'invocazione, nel quale lei percepii sussurrato il suo nome, e poi l’abbandono: un'ondata, un fremito lo attraversò dalla punta dei piedi alla testa fino a lasciarlo esausto, il ventre segnato da tracce lucide, calde e dense, come se il desiderio avesse lasciato una firma liquida sul proprio corpo e sulla biancheria intima della cognata.

Emma si ritrasse senza farsi notare, cercando di rimanere invisibile corse in cucina con le mani tremanti, poi dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua nel tentativo di schiarirsi le idee, si chiuse in bagno. 

Il viso era in fiamme. Il corpo reagì prima della mente, prima ancora che potesse razionalizzare ciò che avevo appena visto. Un calore lento, profondo, risaliva dalle viscere, diluendo ogni pensiero in qualcosa di più primitivo. Le gambe si fecero leggere, quasi non fossero più in grado di sostenere il peso del corpo, il respiro si fece denso, e sotto la pelle, lì dove nessuno poteva vedere, qualcosa si era acceso. 

Era un riconoscimento muto, un richiamo antico, come se il corpo avesse ricordato un linguaggio troppo a lungo messo da parte. Rimase ferma contro la porta, come a impedire a chiunque di entrare, o forse a stessa di uscire da quella stanza che si era trasformata in rifugio. Gli istanti sembravano attimi interminabili, dentro, tutto si muoveva. Sentiva il cuore battergli in gola, gonfiare le vene, il sangue scorrere veloce e scaldare il seno fino a irrorandoli, inturgidire i capezzoli, la pancia si avvampò, poi le cosce, il calore divampò sotto ogni centimetro della pelle, dentro ogni fibra dei muscoli, per poi concentrare la sua fiamma tra le gambe. 

Ultimamente Aldo aveva trascurato l’intimità del letto ed era stato avaro di attenzioni, e ritrovarsi oggetto del desiderio, per quanto inaccettabile, aveva riacceso un fuoco che avevo troppo a lungo sopito. Insicura sulle gambe, fece qualche passo nella stanza, evitando lo specchio. Non voleva vedersi. Non voleva leggere negli occhi il riflesso di ciò che stava provando, il desiderio carnale, laido, che la stava divorando. Anche se solo con il pensiero, anche se solo per un istante, si sentiva in colpa come se stesse tradendo Aldo con suo fratello. Eppure, era stato proprio Michele, quel ragazzo sempre gentile e un po' speciale, l’innesco di quella mia condizione. Quel pensiero la tormentava, la eccitava. Cercò di riprendere il controllo, ma il bisogno di svuotarsi si fece improvviso e impellente, un bisogno tanto fisico che mentale. Sollevata l’elegante gonna plissé del vestito che indossava, fatti scivolare gli slip fino alle ginocchia , a riprova della propria vergogna, si scoprii completamente bagnata.

A differenza degli uomini, che sembrano trovarvi una via diretta e risolutiva, per una donna la masturbazione non è un atto cosi semplice, nonostante la pratica quotidiana, era sempre un percorso incerto, più mentale che fisico, spesso frustrante, poco appagante, o almeno era così da quando alle superiori avevo scoperto i benefici del sesso di coppia. Ma quella volta Emma cercava mero piacere: cercava un appiglio, uno sfogo, un modo per non sentirsi travolta.

Restando in piedi davanti allo specchio, fremente, fece scorrere una mano verso il suo inguine.

Le dita scivolarono tra le gambe dischiuse, si mossero con cautela, quasi con pudore, come se non volessero disturbare. Provò a pensare ad Aldo, al suo tocco, al suo corpo familiare, al modo in cui la prendeva nei primi tempi. Ma era come evocare un ricordo sbiadito, una fotografia ingiallita. Il corpo di Emma non rispondeva, o meglio, non a lui. Invece, senza volerlo, riaffiorò l’immagine di Michele, il suo volto genuino e un po' ingenuo, i suoi occhi grandi e profondi, le sue mani che aveva già più volte sentito su di se si sovrapposero all’immagine del marito.

La memoria si riaccese , l’immaginazione fece il resto, lo rivide lì dove lo aveva colto nel suo atto, ingiusto e intimo in una stanza appena illuminata da un'unica finestra aperta, disteso sul letto, nudo, Il gesto frenetico della mano, il volto contratto nel piacere, piacere che ormai apparteneva anche a Emma. 

La donna sentiva quel desiderio attraversarla come una scossa elettrica, dissolvendo i confini tra moralità a bisogno. Il viso di Michele , proiettato nella sua mente, suscitava tenerezza, trasformato in una maschera di passione.

La tensione si scioglieva in quell’onda calda e disordinata. Emma in una lotta impari tra ragione e desiderio, cercò più e più volte di scacciare quella visione, ma più saliva il ritmo delle mie dita tra le mie gambe, dentro la sua carne pulsante e vorace, più essa tornava decisa a farsi spazio dentro di lei. 

Si sentii sporca, sleale eppure incapace di fermarsi. Il suo corpo, traditore, sembrava volerla trattenere a sé, costringerla ad un atto indegno, farla propria. Emma stremata non potè fare altro che arrendersi.

Poggiandosi al lavello dietro di lei, divaricò le gambe, dopo essersi disfatta del tutto degli slip, denudò il seno sotto la blusa in cerca di un altra fonte di piacere, attraverso i suoi capezzoli irti e sensibili. Lasciò che la fantasia completasse ciò che la realtà aveva appena suggerito. 

Si immaginò lì, sul letto accanto a suo cognato, partecipe al suo piacere, condividerne l’esperienza. il suo sguardo, non più ingenuo ma consapevole, mentre all’unisono, l'uno di fianco all'altro, muovevamo le mani, prima ognuno per sé, poi l’una per l’altro, alla ricerca del piacere che entrambi anelavano.

Come un demone a lungo evocato, l’orgasmo arrivò lento strisciante, seducente, inevitabile, per poi esplodere in un impeto violento a palesare la sua presenza, il suo predominio sull’anima corrotta di Emma.

Emma rimase la, immobile, con le mani abbandonate tra le cosce, stringendole sul proprio inguine, come a voler frenare qualcosa che ormai non era più in grado di contenere. la testa gettata indietro e il respiro ancora spezzato. All’estasi si mescolò la resa. Aveva cercato conforto in quel gesto, aveva trovato confusione. Aveva cercato Aldo suo marito, il suo compagno di vita, e aveva trovato Michele, suo cognato.

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