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Labbra e Velluto – Notturno del desiderio

La sedia antica dello studio del nonno geme come un vecchio strumento a corde, ogni mio movimento ne fa vibrare la superficie, il calice di rum che ruoto tra le dita sembra un piccolo astro imprigionato, un sole liquido che diffonde bagliori dorati e profumi speziati.

Al primo sorso, il fuoco scende nella gola come un serpente d’ambra, sollevo lo sguardo verso le vetrate, oltre esse i giardini della vecchia casa dei nonni si inchinano alla pioggia sottile, le foglie si piegano come danzatori stanchi che salutano l’imbrunire.

Il fumo della sigaretta si arriccia nell’aria come un velo di seta, e il quaderno che apro mi accoglie con il suo odore di carta e inchiostro, un aroma che mi inebria come un rito antico, capace di mutare la mia mente e il mio corpo.

La casa è uno spazio di silenzi, un teatro abbandonato dove io sono l’unico spettatore. Ho rubato il mio drink, e questo gesto proibito mi diverte come un peccato infantile. Ho esplorato ogni angolo, soprattutto quelli dismessi.

in cucina ho rivisto la mia vita passata, ho sorriso come chi osserva un quadro ormai lontano, archiviato nella memoria.

Il bicchiere adagiato sul tavolino barocco, le pagine del mio quaderno scorrono come onde, e altre due dita di rum mi accompagnano.

La luce del giorno si attenua e la notte avanza, avvolgente e silenziosa, come un sipario che cala, mentre la pioggia continua a sussurrare sui vetri.

Eppure io non sono soltanto un viaggiatore di stanze vuote, nello studio del nonno, tra scaffali di libri che odorano di polvere e di tempo, sono uno scrittore che cerca di dare forma ai propri pensieri.

La sedia antica scricchiola sotto di me come se custodisse ancora la sua voce, e la scrivania di legno scuro, lucidata con cera che profuma di miele e di ricordi, accoglie la mia penna stilografica con la stessa pazienza con cui un vecchio amico accoglie una confidenza.

La lampada verde diffonde una luce soffusa che non illumina soltanto la carta, ma sembra proteggere ogni parola, avvolgendola in un silenzio caldo. Ogni frase che traccio è un filo che mi lega a chi mi ha preceduto, un ponte fragile ma tenace tra il passato e il presente.

La pagina bianca non è soltanto un terreno fertile, è uno specchio che riflette i miei desideri, le mie paure, le mie nostalgie.

Ogni segno d’inchiostro è un respiro che si posa, un battito che si fissa, E il fruscio della pioggia, che scivola sui vetri della vecchia casa, accompagna il ritmo della mia scrittura come un metronomo invisibile, ma anche una voce familiare che mi sussurra di continuare, di non fermarmi.

Non scrivo: mi lascio scrivere. La penna, posseduta da un ordine che non comprendo, scivola come voce interiore tra le pieghe del mio disordine. Ogni parola che nasce è confessione, ogni frase è un varco aperto nella mia oscurità. In quel tratto si compie una liturgia silenziosa: il caos si riconcilia con sé stesso, e io mi ritrovo...

Prima ancora di percepire il tuo profumo, un intreccio di essenze afrodisiache e della tua pelle viva, odo il ritmo dei tacchi che si avvicinano.

Non mi volto, so che sei tu.

Il tuo profumo è più di un’essenza, è un mosaico di carezze, di risate e di pensieri profondi, un profumo di vita e di desiderio.

Sei alle mie spalle, la tua mano sfiora i miei capelli e la spalla come un vento leggero.

Poi ti muovi davanti a me, i tuoi capelli rossi cadono come fiamme sulle spalle, il vestito nero lungo contrasta con le tue unghie bordeaux.

Una catena argentea discende come un ruscello di luce fino a lambire l’incavo del tuo seno, dove la scollatura ne raccoglie il riflesso come uno scrigno che custodisce un segreto.

Due cerchi dello stesso metallo, simili a lune gemelle, si intrecciano tra i tuoi capelli e vi brillano come astri imprigionati in una costellazione intima.

L’argento non è soltanto ornamento, è un sigillo che vibra di silenziosa nobiltà, un emblema che trasfigura il tuo corpo in un altare di bellezza antica.

Mi sfili la penna dalla dita, mi guardi con occhi felini, le tue labbra si increspano come onde di desiderio, la appoggi accanto al quaderno, ti mordicchi le labbra e ti chini, sfiorando la mia bocca con le dita, poi un bacio breve ma travolgente, come un lampo che illumina la notte.

Prendi il calice, assaggi il rum e me lo restituisci con uno sguardo intenso. Ti accovacci davanti a me, le tue mani candide percorrono il mio petto e si soffermano come se volessero misurare la mia sete.

Il contrasto tra la tua pelle chiara e le unghie smaltate è un quadro vivente.

Mi guardi negli occhi e ti chini, inginocchiandoti fra le mie gambe, come un’officiante di misteri antichi, custode di un segreto che si svela solo nel silenzio.

Il tempo si dissolve, ogni tuo gesto diventa una sinfonia di movimenti, un gioco di labbra e di respiro che non descrivo ma che evoca il mare che inghiotte e restituisce, come onde che si infrangono e tornano indietro con un ritmo eterno.

Io mi sento trascinare in un abisso, dove ogni pensiero si spegne e rinasce come un lapillo che si accende nel buio.

I miei sensi, come corde di un’arpa invisibile, vibrano e si spengono per poi risorgere, accordati dalla tua presenza. Un rumore lontano nelle stanze non ti distoglie, anzi intensifica la tua danza, le tue mani diventano strumenti che modulano la mia anima, e ogni carezza è una nota che si prolunga nell’aria come un cantico.

La tua bocca si muove con lentezza e precisione, come un’artista che conosce il valore di ogni sfumatura. Gioca con me come il vento gioca con le onde, ora accarezzando, ora stringendo, ora lasciando che il ritmo si spezzi per poi riprendere più forte.

Le tue labbra sono petali che si chiudono e si aprono, e ogni contatto è un richiamo che mi trascina più a fondo.

La lingua, lieve e curiosa, percorre come un pennello invisibile ogni lembo di pelle, e ogni gesto diventa un segno tracciato su una tela viva.

L’estasi mi coglie come un fiume che rompe gli argini, travolgendo ogni barriera interiore.

Tu raccogli quel dono con la grazia di chi custodisce un segreto prezioso, e lo trasformi in gesto elegante. Ed è allora che, con la coda dell’occhio, scorgo un filo di bava scendere lentamente dalla tua bocca, lucente come perla liquida, segno di un trasporto che oltrepassa il controllo.

Il tuo sguardo resta fisso, profondo, come un sigillo inciso nella pietra, e io mi sento prigioniero di quell’abisso che tu governi con grazia e intensità.

Ti sollevi lentamente, come un’iniziata di un culto segreto, e avvicini il tuo viso al mio con naturalezza. Le tue labbra, ancora umide, suggellano l’atto finale come chi assapora il frutto proibito, hai bevuto da me come da una fonte nascosta, e il tuo respiro porta con sé fragranze di me e di note notturne.

Con un dito raccogli le ultime gocce, e il tuo sorriso è quello di chi ha assaporato un nettare raro, un’essenza che non appartiene al mondo terreno.

Il gesto si prolunga oltre il visibile, il tuo sguardo, ancora fisso, diventa un abisso in cui mi perdo, e la tua pelle emana un calore che ricorda il velluto scaldato da un giorno che svanisce.

Ogni movimento è un’allusione, sollevi il bicchiere, diventa un solenne attimo, il sorso che compi è una liturgia silenziosa, e il liquido ambrato che scende nella tua gola è come un raggio di luce che attraversa un tempio. Quando mi porgi nuovamente il calice, lo fai con la solennità di chi offre un patto eterno, e io lo ricevo come si riceve un sigillo di alleanza.

Il momento si dilata, sospeso, la stanza intorno a noi sembra svanire, le vetrate si dissolvono in un chiarore lunare, la pioggia continua come un coro sommesso che accompagna la nostra intimità.

Ogni tuo gesto è un simbolo, ogni tuo sorriso una promessa. E mentre il tempo si frantuma in frammenti di luce e di ombra, io comprendo che ciò che viviamo non è soltanto un incontro, ma un passaggio segreto che ci lega come due anime che hanno trovato il loro eco.

- Silver Rea -

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